Libertà è partecipazione

Amici, la vostra risposta al mio blog è stata molto bella e io vi ringrazio!

Domenica ero alla libreria Edison di Lucca a vendere il libro. Mentre aspettavo le mie ‘prede’ mi è tornato alla mente un discorso che facevamo col mio amico Marco Bernini (di cui vi esorto a leggere il blog, anche se è livornese). Parlavamo delle scuse che la gente escogita per non comprarci i libri quando glieli proponiamo. Qualche esempio?

Non mi interessano i libri” (frase pronunciata a una fiera del libro per entrare alla quale occorreva pagare il biglietto d’ingresso)

Passo dopo perché siccome ho il diabete devo andare al bar altrimenti svengo

Potrei citarne altre e lo farò in futuro, ma ora lancio una PROPOSTA A TUTTI VOI: mandatemi delle scuse belle e originali per non comprare i libri di un autore che si propone a voi. Chi vuole può inviare anche l’eventuale risposta del povero autore alla scusa del potenziale cliente.

Forza, partecipate e siate liberi, perché, come dice Gaber nel video sotto, LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE!



24 commenti su “Libertà è partecipazione”

  1. – Si sposa mia figlia –
    – Ma lei non è prete? –

    Conversazioni col cliente – Archivio scuse – 1994, 2000

  2. posso dirti, anche se sono fuori tema, cosa mi hanno detto alcune persone, l’anno scorso, quando ho inaugurato la mia bilbioteca da volontaria:
    “Io NON leggo”, come fosse un delitto farlo…

  3. Guarda, lo comprerei volentieri, ma la mia mamma non vuole.

    Mi piacevano i libri ma continuavo a tagliarmi con i fogli delle pagine e così ho deciso di non leggere più. I suoi libri hanno i fogli con i bordi smussati? no? beh, allora non se ne fa nulla.

    Grazie, sto cercando di smettere.

    Guardi … sapessi leggere lo comprerei.

    Non posso. Sto ancora tentando di digerire l’ultimo che ho letto.

  4. Allora…..direi che butterei lì un classico che uso in maniera modificata con quei rompiballe dell’euroclub…”Ho già acquistato il suo libro!” e via con un sorriso compiaciuto, certo, se scorgo nel suo sguardo un deubbio lo anticipo con…”è il prossimo che leggerò, stò terminando di leggere un mattone di Florensky”…..

  5. “li ho tutti e se nonc e l’ho e’ perche’ non mi interessa” alla sesta volta che un venditore senegalese cercava di vendermi i lbri di terre di mezzo facendomi venire inutili sensi di colpa fra l’altra e’ vero prche’ ho meta’ catalogo.

  6. “Guardi, è ganzo, glielo comprerei subito, peccato ‘un cho i’ portafoglio maremma bi”
    “Mi perdoni ma il portafoglio lo vedo da qui, gli esce mezzo da’ calzoni”
    “Oh, è vero, ora mi riordo. Mi son detto: icché lo porto a ffare, tanto ‘un cho ssoldi. Eppoi l’ho preso uguale”
    Lo prende, fa finta di aprirlo, sta dicendo “la guardi” (ma non l’avrebbe mai aperto!) quando un biglietto da venti gli scappa in terra.
    “Allora quarche soldo c’era” da Fabrizio.
    “Un son mia mia. Li deo rende tutti”
    “Fortunato quello”
    “E son della mi’ moglie, tutti sua”
    La moglie, che è al fianco del marito, interviene.
    “No, Cafiero, mi spiace, te ‘un mi devi nulla”
    “Ah no? Ecco, tieni. Te li volevo regalà per i’ compleanno”
    “Campa cavallo”
    … e ora vai avanti te.

    • “E appuntella le cassette” continua Fabrizio.
      “Icché vol dire?” chiede l’uomo e intanto si rimette in tasca il portafoglio.
      “Lo diceva la mi’ nonna. Quando le cassette dell’elemosina nella chiesa di San Pierino erano vuote il parroco, davanti ai parrocchiani, gridava quella frase al sacrestano. Voleva dire, per burletta, che erano talmente piene di monete che andavano sostenute da un puntello sennò crollavano”
      L’uomo: “E i parrocchiani icché facevano?”
      “Facevano finta di pregare e sgattaiolavano via appena il prete se n’era andato”
      “Che gente!” la moglie.
      “Toh, davvero!” fa Cafiero; e poi alla donna “Gliè che volevo darteli perché così ti ‘ompravi icché ti pare, pe’ unisbaglià irregalo”
      La moglie lo guarda negli occhi “Ovvia tairagione: co’ que’ venti euro ci voglio proprio piglia’ la ‘amera nòva”
      “Il mi’ libro costa dodici euro: se lo compra gliene avanzano otto. L’armadio e i comodini gli c’entra pigliarli” si rivolge Fabrizio alla moglie. Lei accenna un sorriso ma Cafiero non ci sente.
      “C’è la ‘hrisi, ‘un si pò compra’ nulla. E poi io lei ‘un la honosco”
      “Perché, Dante c’ha mangiato a casa sua?”
      “Icché c’entra, Dante era Dante”
      “E io sono io”
      “Un l’è la stessa ‘osa. Io lei ‘un l’ho mai sentito nominare, ‘un so nemmeno come si ‘hiama. Perché gli devo da’ dodici euro?”
      “Allora quando va in farmacia come fa?”
      “Icché c’incastra?”
      “E al supermercato? E dal tabaccaio?”
      “Ma icché c’entra?!” Cafiero non capisce.
      “Mi vuol dire che lei conosce i nomi e i cognomi di tutte le persone a cui dà i su’ soldi?” l’uomo è disorientato “Tieni cinque euro tassista, come ti chiami? Ecco i venti centesimi signor bigliettaio, però mi deve dare il suo nome e cognome; accattone, io l’elemosina te la faccio ma se non mi dici chi sei… nisba!”

      ora lavora un po’ tu Luca…

  7. Bello il tu’ libro… Mandamene una copia che ci fo la recensione…

    (la scusa funziona sempre, e te lo mandano anche!)

  8. Una volta uno mi chiese: “Ma i suoi libri fanno ridere?”.
    “Certo” – gli risposi – “Mettono di buonumore”.
    “Anche a me, che sono pessimista?” – mi domandò, di nuovo…
    “Beh, dipende da ‘quanto’ pessimista è lei…”.
    “Molto – fa lui, continuando – Pensi che quando guardo la replica dei rigori di Italia-Francia, quando abbiamo vinto il Mondiale, ho sempre timore che Grosso sbagli l’ultimo tiro…”.

  9. Cafiero sta a ponzare un po’ dandosi l’aria di quello che pensa per davvero, poi agita il dito in aria come per tirare su l’idea che ha abboccato.
    “La senta m’è venua ‘n’idea”
    “Sentiamo”
    “Io gli dio i’ mi’ nome, e lei la mi da a me i dodici euro”
    “Dipende se mi garba i’ su’ nome2
    “Niente in contrario. Poi lei la mi dice i’ su’ nome e si fa uguale: se mi garba gni do dodici euro”
    “D’accordo”
    “Dunque. Io mi chiamo – perché così volle la mi’ mamma bonanima – Cafiero. Anzi gne dio tutto intero: Buzzégoli Cafiero”
    “Belloooo!”
    “E che si discute?”
    “Bello, sì. Lo sa icché mi rammenta?”
    “Sentiamo”
    “Mi rammenta un amio mio si ‘iamava Faliero”
    “Vo’ mettere Faliero con Cafiero?”
    “Anch’io conoscevo un Faliero” la moglie. “Si facea l’amore prima di conoscerti”
    “Ah. Questa mi garba proprio” il marito.
    “Era tanto bellino. A diciassettanni era ancora in quarta”
    “Ginnasio?”
    “No elementare. Ch’avea na brutta situazione ‘n famiglia. I ‘babbo ‘n galera, la mamma la lavorava tutt’i giorno”
    “Pora donna”
    “Sì, su i’ marciapiede sotto ‘asa. La su’ sorella maggiore l’aiutava tanto volentieri la mamma a fare gli straordinari”
    “Bella famiglia, dé”
    “Meno male ch’avea anche un fratello gli stava all’università”
    “Meno male sì. E lo vedeva mai questo fratello, come dire?, acculturato?”
    “Quarchevvorta. Ce lo portava i ‘babbo quando sortiva di galera. Gli mostrava un boccettone di formalina co ‘na osa drento e gli dicea: Guarda lillino, guarda i’ tu’ fratello. Che ti garba?”
    Cafiero è parecchio incazzato.
    “Dopo si fa ‘onti, i’ e te. Quanto a lei, giuovanotto, favorisca la pecunia”
    Altieri gli dà i dodici euro.
    “Ora tocca a me però di dire i’ mi’ nome”
    “Forza c’ho la prostata che mi bua devo piscià”
    “I’ mi’ nome è: Fabrizio Altieri”
    Buzzégoli Cafiero si volge verso la moglie.
    “Che ti garba a te?”
    “A me no”
    “Nemmen’a me. Addio Fabrizio, molto spiacente”
    “Ca miseria. Non solo niente libro, ma c’ho pure rimesso dodici euro”
    Cafiero, che si era già girato per andarsene, si volta.
    “Uh il libro. Grazie per avermelo riordato”
    E così dicendo gli piglia ‘i libro e se ne va con la moglie a cercare un bagno.

    E ora tocca a te.

    • Dopo aver chiesto a uno dei ragazzi che presidiano le porte d’ingresso della grande Fiera, Cafiero e la moglie scoprono che i bagni sono nel sottosuolo. Prima del lungo corridoio che porta ai bagni veri e propri c’è il guardaroba con due ragazze in divisa in piedi dietro a un lungo tavolo. Cafiero fa la mossa di fermarsi ma la moglie lo trascina avanti.
      “Guardaroba signori?” chiede soavemente una ragazza
      “Costa?” si preoccupa Cafiero pronto a pisciare col cappotto e tutto pur di non spendere
      “No… è gratis”
      “Ah beh… Allora” e dà alla ragazza il cappotto e la busta col libro e lo stesso fa la moglie con la sua pelliccia
      “Ci stia attenta o signorina” fa la donna “la pelliccia l’è di ‘onigliolo. Gliera della mi’ pora mamma, ci mise tant’anni prima di ‘omprassela e poi morì guasi subito. Pora mamma” la ragazza prende il prezioso vello di leporide e lo ripone dando in cambio alla donna un numero. Poi le strade dei coniugi si dividono, destra sinistra, uomini donne. La ragazza si accorge che all’uomo è caduto il portafoglio ma ormai è tardi per dirglielo per cui fa un gesto come dire “glielo do quando esce” e lo ripone in uno scomparto sotto il tavolo.
      È in questo momento che scatta il piano di Fabrizio. All’inizio l’idea era di recuperare il libro, ma ora aveva anche l’occasione di riprendersi i dodici euro. Era una questione d’onore: sì, d’onore. Ne andava del suo nome, letteralmente. Cos’aveva il suo nome che non andava? “Fabrizio da faber, fabbro. E infatti sono ingegnere meccanico, come ir mi’ babbo” pensava. “Ho anche il santo, san Fabrizio; non è uno di quei santi famosi che fanno un miràolo al giorno, ma se l’hanno fatto santo quarche miràolino l’avrà fatto anche lui!” e poi Altieri. “Ir mi’ nonno diceva che si veniva da’ principi Altieri di Genova, parenti a loro vòrta de’ dogi di Venezia. Io sono pisano, ci manca solo Amalfi e s’è fatto tutte le repubbrìe marinare” fiero delle sue nobili schiatte si avvicinò come un gatto al tavolo del guardaroba.
      “Guardaroba signore?”
      “No scusi, è che non trovo più la mia sciarpa. Mi sa che l’ho lasciata qui prima”
      “Dove gliel’avevo messa, signore?”
      “Mah, da quelle parti” indica la zona più lontana del guardaroba e la ragazza va a vedere. Fabrizio dà un’occhiata all’altra ragazza intenta a parlare con un nerboruto maschio della sicurezza e la mano dello scrittore, agile come sulla tastiera del computer quando compone parole, penetra sotto il tavolo, prende il portafoglio e recupera i dodici euro estorti da Cafiero. Rimette sotto il portafoglio appena in tempo perché la ragazza ritorna.
      “Mi dispiace signore non c’è nessuna sciarpa”
      “Ma è siùra? È una sciarpa color rosso di lana di pèora merinos, tutta pelosa. Forse è cascata in terra làddietro. Ovvia, mi ci dà un’altra occhiata?” fa lo sguardo languido al quale raramente le donne resistevano e la ragazza riparte verso il fondo.
      “Aspetti, l’accompagno anch’io, così l’aiuto” e le va dietro. Passando vicino al cappotto di Cafiero Fabrizio lo sfiora e così anche il libro viene riconquistato e passa nella tasca del suo piumino. Ora però deve fuggire perché il nemico può tornare da un momento all’altro.
      “No no, ha ragione lei signorina, ora ricordo dove l’ho messa. Grazie lo stesso, grazie eh” e fugge, lasciando la ragazza perplessa e Cafiero senza libro. Né soldi.

      E’ tutto tuo…

  10. Celle Ligure, fiera del libro.
    “…e belin 12 euri, ma come fa a costare così caro ‘sto libretto?”
    Fabrizio cerca di argomentare mostrandosi sicuro di sè:
    “Eh, ma sa, sono uno scrittore non famoso e la SEF è una piccola casa editrice…”
    “Abbia pazienza,” – interrompe il ligure sfoderando tutta la tipica simpatia della regione del pesto – “ma perché dovrei comprare un libro scritto da uno sconosciuto e per giunta edito da un’altrettanto sconosciuta casa editrice?”
    Fabrizio respira e mantiene la calma, in fondo fa parte dell’autopromozione convincere anche i più cocciuti: la chiave è incuriosirli:
    “Vede, io sono un ingegnere meccanico e faccio l’insegnante ma ho scoperto che mi riesce bene scrivere libri umoristici…”
    “Questa effettivamente fa davvero ridere sà?” – interrompe ancora il ligure con una risata che sembra sincera – “Vaben mia, forse mi sta convincendo, lei mi è simpatico.”
    Fabrizio sorride ammiccante e allarga le braccia per trasmettere col linguaggio del corpo la sua apertura verso il taccagno rivierasco, che continua:
    “Ma mi dica: cosa fa veramente nella vita, a parte scrivere belinat… ehm libri umoristici?”
    Tralasciando la gaffe, Fabrizio assume un’espressione seria per far capire che non scherza e, schiarendosi la voce, risponde:
    “Ehm, gliel’ho detto, sono un ingegnere e faccio l’insegnante…”
    “O belin, ma allora era vero: lei è un ingegnere?” e Fabrizio, raggiante
    “Sì, davvero!”
    “Arrivederci.”

  11. Appena un passo fuori, Fabrizio si ferma a tirare un sospirone di sollievo. Missione compiuta. A momenti quel mezzebreo mi portava via e i dodici euro e il libro. E intanto ricapitola tra sé l’azione altamente rischiosa testé compiuta con pieno successo, ed è talmente fiero di sé da autoproclamarsi “ganzo”. Perché dovete sapere che nella scala di valori di Fabrizio “ganzo” occupa il posto più alto. Si passa da “discreto” a “garbevole”, da “garbevole” a “fico”, da “fico” a “strafico”, da “strafico” a “leggendario”, da “leggendario” a “divino”, da “divino” a “ganzo”. Dopo “ganzo” ‘un c’è nulla. E’ ‘r toppe.
    Ma i sorrisini compiaciuti di Fabrizio all’indirizzo di sé stesso dentro la vetrina di un negozio di abbigliamento sportivo – di helli pe’ ‘omini che recidono baobabbe co un corpo solo e channo la Hummer come utilitaria – s’interrompono al suono di una voce amia:
    “Guartieri! Che gentile”
    La voce amia (mia tanto) è quella dell’ineffabile Buzzegoli Cafiero.
    “Altieri” lo corregge il nostro, colla voce tremula.
    “Cercavo solamente di migliorare i’ su’ brutto ognome. Comunque grazie per avermi riportato il libro e i dodici euro”, che Altieri teneva ancora sbadatamente in mano. “Devono essermi ‘ascati ‘n terra mentre escivo. Grazie davvero”
    Altieri, preso alla sprovvista, dimentica all’improvviso che sia il libro che i sodi sono suoi e consegna il tutto al tronfio signore.
    “Momento” gni fa lo stronzo. “Ma ora eccipenso, gli euri gli eran venti, mia dodici. O gnartri otto do’son finii?”
    E Fabrizio, come un automa, soggiogato dalla potente personaità di Buzzegoli Cafiero, si palpa in tasca e ne toglie una banconota da cinque e due monete da due.
    “Ce l’ha n’euro di resto?”
    Cafiero piglia i nove, finge di palparsi nella tasca.
    “Oddio no, mi spiace tanto. Però se domani viene do’ lavoro gni do i su’ sordi. S’è detto n’euro, giusto?”
    “Giusto” bisbiglia il sempre più annichilito Fabrizio. “E do’ la lavora?”
    “Alla neuro! Ah ah ah!”
    E, sempre a braccetto colla moglie, se ne va.
    L’allontanamento del bieco fa svanire di ‘orpo i’ complesso d’inferiorità di Fabrizio, che gli grida alle spalle.
    “Cole la si ‘iamava la su’ mamma da ragazza? Hitlerre?”
    Cafiero si volge con calma e bisogna dire anche una certa eleganza.
    “Come ha detto?”
    “Hitler!” ripete Altieri, riavvicinandosi a lui. Ahi ahi Fabrizio! Non lo capisci che è la vicinanza fisiha a complessarti maremma bi? Attro che ganzo, tu sei un po’ gonzo.
    E infatti:
    “Sì” risponde Cafiero. “Di ‘ognome faceva proprio Ittelerre. Com’affatto a saperlo? Che la onosceva?”
    E se ne rivà via.
    “E te lascialo andare” gli fa na voce dietro.
    “Trespolo!”
    Trespolo è un vecchio amico di Fabrizio, alto quasi du metri e del peso approssimativo di venticinque ‘ili. Per qusto lo chiaman tutti Trespolo. Prima lo ‘iamavano Attaccapanni, mappoi è dimagrito. Però sta bene. Mangia ‘ome na besctia. Fabrizio e Trespolo non si vedono spesso. Erano compagni di scuola. Fabrizio gli disse male e finì ingegnere, Trespolo fece ‘arriera e diventò pusher.
    “Ho seguito la faccenda” fa Trespolo con aria professionale. “Vedrai e’ un fa tanta strada, i’ bischero”
    Infatti, proprio in quell’istante, Trespolo e Fabrizio assistono alla seguente scena: due poliziotti con cane lupo s’avvicinano a Cafiero e consorte. Il cane abbaia e mostra certi denti gialli all’indirizzo del Buzzégoli. I poliziotti fanno segno a Cafiero di seguirli, mentre un de’ due tiene a bada Fido che sennò lo sbrana.
    Cos’era successo?

    Va avanti te.

    • Era successo che Trespolo aveva deciso di cambiare vita proprio quel giorno lì. Appena un’ora prima aveva stabilito di smettere di fare il pusher e di buttare via tutto il fumo che aveva in magazzino. Non era ancora ben chiaro cosa avrebbe fatto, ma non quello che faceva prima. Era uscito di casa salutando la su’ nonna e si era avviato verso i cassonetti per buttar via la roba. All’improvviso però erano comparsi quei due poliziotti col cane – sicuramente qualche soffiata – e lui si era buttato tra i banchi della fiera del libro e così aveva visto tutta la scena di Fabrizio col Buzzégoli. Il magazzino di Trespolo era passato come d’incanto nella capace tasca del cappotto di Cafiero che ora avrebbe dovuto spiegare un bel po’ di cose in commissariato.
      Fabrizio squadra Trespolo dalla testa ai piedi.
      “Sei un po’ ingrassato” Trespolo sorride “Quando tira il libeccio mi devo arregge’ a’ pali sennò volo, però hai ragione; prima bastava un po’ di maestrale.” Dal tono di voce Fabrizio capisce che non scherza.
      “Ho un po’ fame” fa Trespolo “si va a mangià un kebabbe?” Fabrizio decide che può stare un po’ lontano dal banco dei libri per mangiare col suo amico giustiziere e lo segue.
      Entrano in un kebab sotto i portici e Fabrizio ordina un panino. Trespolo chiede all’uomo del kebab qualcosa direttamente in arabo e l’altro fa cenno di sì col capo. Si mettono a un tavolo vicino alla vetrina e Fabrizio comincia a mangiare.
      “Te non mangi?” chiede all’amico.
      “Ora arriva. Ma dimmi un po’: o un eri ingegnere meccanico? Quando mi dissero che scrivevi libri ci rimasi di stucco. Dovresti esse’ su quarche piattaforma ner mare der norde a tirà su i’ petrolio o come minimo a progettà l’atomobili”
      “No, invece scrivo romanzi”
      “E la gente un ti piglia pe’ i’ culo?”
      “Havoglia! Si sono organizzati anche cogli striscioni e quando esco di casa i miei vicini gridano sceeemo sceeemo”
      “Davvero?”
      “No, ma è come se fosse”
      “Un te la piglia’”
      “Figurati. Però avvorte mi sento un bischero, sur serio”
      Arriva l’uomo del kebab con un carrello di quelli da ospedale, dove si mettono impilati i vassoi. Dice qualcosa a Trespolo e gli indica il carrello. Fabrizio nota che ci sono una decina di vassoi pieni di cibo. Trespolo prende il primo e comincia a mangiare anche lui.
      “E te… che fai?” Fabrizio era imbarazzato lo sapeva benissimo il mestiere di Trespolo e si sentiva a disagio.
      “Faccio il pusher” lo dice come se dicesse “faccio il postino” “Ma oggi ho smesso”.
      “Oggi?”
      “Perché, un si pòle?”
      “No è che mi sembra strano”
      “Tutto ha un inizio e tutto una fine”
      “Già” intanto Trespolo era già passato al secondo vassoio pieno di carne e verdure e lo stava svuotando con fredda determinazione.
      “È che mi sono innamorato e ho fatto un sogno”
      “In quest’ordine?”
      “In quest’ordine”. Terzo vassoio. “Lei è bella bella, è bruna e parla strano perché non è di qui. E poi sorride e ride quando gli dico le cose e quando parla… quando parla muove su e giù la punta del naso tanto che se fossi sordo potrei capire icché dice solo guardandoglielo”
      “Ma come donna com’è?”
      “Topa”
      “Ah, bene. E il sogno?”. Quarto vassoio.
      “Ho sognato che tutti sanguinavano”
      “Ibbò”
      “Già. Io, la mi’ nonna ir mi’ babbo. C’eri anche te e sanguinavi su’ tu’ libri mentre li scrivevi”
      “Mamma mia che sogno! Ci sei andato dallo psihiatra?”
      “Macché!” quinto vassoio “Ho visto la luce”
      “Come i brus broders?”
      “Proprio!”
      “E cosa vòr dire?”
      “Che i’ mondo ha bisogno di me… e di te!”

      Vai te

  12. “Comprare il suo libro? uhm non saprei; ANZI guardi gliene vendo uno io a lei!”

    (citando un visitatore a cui ho ofrii un programma della fiera e che rifiutandolo me ne consegnò uno che aveva in mano)

    Con immenso affetto! 😉

  13. La battuta finale di Trespolo è di ‘elle che ti lascian di stucco, e così è. Fabrizio resta di stucco per la durata di altri cinque vassoi di pietanza turca. Ma è un silenzio bello, che non pesa.
    Alla fine Trespolo si pulisce la bocca.
    “Ovvia. Tanto pe’ levà i’ languorino dell’undici”
    Fabrizio è così contento di essersi liberato di Buzzégoli Cafiero e di aver ritrovato un amico così pentito, contrito e redento che decide di pagare. Va alla ‘assa.
    “Quant’é?”
    “Venti euro”
    Pohini pe’ tutta ‘ella roba, pesna Fabrizio.
    “Anzi no. Dodici”
    Tutto contento Altieri estrae il portafoglio quando si ricorda, accidenti!, che tutto quello che aveva erano i venti euro finiti per l’appunto nelle tasche del Buzzégoli.
    Ma ormai ha il portafoglio in mano e almeno l’atto lo deve fare. Ora, pensa alla sorpresa di Fabrizio quando scopre che nel suo portafoglio c’è una bella banconota giusto da venti nova nova di zecca, e non è un modo di dire.
    “Quant’aveva detto?”
    “Dodici euro”
    “Roba da pazzi. Memmen’ i’ Macche Donarde”
    Però è strano, pensa tra sé: venti euro, dodici euro… Si gira e si rigira sempre su questi numeri. Che siano i mi’ numeri fortunati? Magari li gioho a i’ Lotto. Una volta i’ su’ nonnino bonanima, nonno Tosello da Monteverdi Marittima, era tornato a portagli i numeri, ma lui ‘n avea capio na sega. Perché non è che gli aveva detto: ecco bellino, sono venuto a portatri i numeri d’ i’ Lotto: gioa 32, 46 e 9 sulla ròta di ‘Agliari. Macché: arriva e gni fa: guarda ganza sta fotografia, me la fece i’ tu babbo a Carnevale. Gni mostra la fotografia, e diobono c’era lui che faceva la faccia a bischero (ma pe scherzo) e a i’ collo c’avea un cartello co scritto: “Marcel Proust: Alla ricerca del Tempo perduto”. Iobonino, d’icché l’ha sapuo? Solo dopo parecchi mesi racconta sto sogno a ‘n’amia e quella gni fa: O bischero, non lo sai che quelli erano i numeri de i’ Lotto? La fotografia fa totte, i’cartello fa totte e i’romanzo fa totte. Maremma bi! L’avesse sapuo ‘n tempo. Ora però ‘n ci ‘asco: appena mi libero vo subito a i’ botteghino.
    “O che ti se’ ‘ncantao?” gli fa Trespolo da dietro, riportandolo alla realtà.
    “Scusami tanto”
    I due escono chiacchierando der più e der meno quando Fabrizio ferma l’amico.
    “Hai detto che il mondo ha bisogno di noi, vero?”
    “L’ho detto e lo ripeto, se tu vòi”
    “Io na persona che ha bisogno la conoscerei anche subito”
    “E chi sarebbe?”
    “Io”
    “Tu?”
    “Se nessuno mi ‘ompra i ‘libro, lo vedi la mi’ gente: artro che striscioni…”
    “D’accordo Fabrizio. Ma c’è na persona che ha più bisogno”
    “Sentiamo”
    “I so’ Buzzegoli. Non è un simpatione, via, però devi ammettere che gli sta come minimo in questura, chiuso co’ delinquenti, e colla droga ‘un centra na sega”
    “E icché tu vo’ fa?”
    “Ora che sono sazio, vo a costituimmi. Vo alla Uestura e gli dio: Bimbi, e ‘un è stao lui, quella è roba mia, guardate se me la rendee subito”
    “Ma che se’ pazzo?”
    “Forse sì. Ma ‘n innocente è ‘n innocente. I’ mondo sanguina, Fabrizzio. E ‘un posso fallo sanguinà dell’artro”
    E così dicendo s’incammina con passo deciso verso la Questura, con Fabrizio che gli corre dietro cercando di dissuaderlo. Ma Trespolo è irremovibile. Come la Questura si profila dinanzi a loro, Fabrizio si ferma.
    “Che c’è?” Trespolo. “Ch’ha’ paura? Quello che deve avé paura son io, mia te”
    “No, è che fòri dalla Questura c’è la sora Buzzegoli, che preferirei non incontrare”
    ” E perché?”
    “Lo vedi l’ombrello che c’ha ‘n mano?”
    “Lo vedo”
    “Ti pare che piova?”
    “No, c’è i’ sole”
    “Lo sai per chi è quell’ombrello?”
    “No”
    “E pe’ la mi’ testaccia”
    “E allora?” gni fa Trespolo un po’ ‘ncazzato. “Fammi capì. Io sto andando a fammi mettere ‘n galera e te hai paura di un’ombrello?”
    Altieri capisce al volo la lezione.
    “Andiamo”

    Caro lettore, questa storia è giunta quasi alla fine, perciò mi par giusto, prima della scenetta conclusiva, ragguagliarti in breve sugli eventi che seguirono. Come vedete, è ora di usare il passato remoto, come vuole la tradizione in stile elevato. Ovvìa. Il primo evento è che la sora Buzzegoli ruppe effettivamente l’ombrello sulla testa di Fabrizio. Trespolo non mosse un dito e passò tutto il tempo a ridere. Il secondo è che Trespolo dovette andare in galera. Voi direte: non sarà mica un bel modo di rendersi utili al mondo. E invece sì: il pusher era lui e ora che si era pentito era giusto che la pagasse (in attesa, naturalmente, di un decreto governativo o di un ddl con procedura d’urgenza così da esser scarcerato nel giro di un paio di giorni). Cambiare vita non è come dirlo, tutto ha un prezzo. Ma nel cambio, disse Trespolo congedandosi, io c’ho guadagnato un amio che ‘un vedevo da tant’anni: artro che facebucche!
    Il terzo evento è la scenetta che segue, e che richiede di tornare al tempo presente.
    Dopo un’oretta, l’ineffabile Buzzégoli Cafiero riesce di Questura. Sperava di vedere la moglie, che invece se n’è andata perché si vergognava a fassi vedé co n’ombrello tutto rotto ‘n mano, e davanti alla Estura un c’è nemmeno un cestinino della ‘arta, maremma bonina.
    Invece chi ti vede? L?Artieri.
    “Gualandris, come sta?”
    “Altieri”
    “Peccato, era meglio Gualandris. Ho letto i’ su’ libro mentre ero in Questura. Lo sa che è dimorto bello?”
    “E perché non lo voleva?”
    “Perché m’ero figurao ch’era uno di que’ libri porpettoni, sentimentali…”
    “I’ mi’ libro?”
    “Era staa la mi’ moglie, che se l’era ‘onfuso co’ n’artro. Piglia questo lillino, mi fa, che m’anno detto c’è tanta passione… sesso… incendio de’ sensi…”
    “Perché alla su’ moglie gni piace quella roba?”
    “Caro Elsinore…”
    “… Altieri…”
    “Fa lo stesso. Caro Granatieri, lei è troppo giovane per capire le fantasie di una moglie che dopo trentacinquanni di matrimonio si rende conto d’ave’ trombao pe’ tutta la vita con te solo. Ci vo’ pazienza, passerà”
    E così dicendo gli rende i ventun euro più i dodici del libro fanno trentatré, più gli otto di resto d’ i’ chebabbe fanno quarantuno.
    “Ah dimenticavo. I’ libro l’ho dao agn’artri in Questura: lo volevan legge tutti”
    E se ne va.
    Però! Ecco come si diffonde la cultura oggi: in galera. Dev’essere peroprio così, pensa tra sé Fabrizio, che invece di andarsene entra in questura e consegna i 41 euro al boureau.
    “Sono perché possiate acquistare il chebabbe al mio amio Trespolo. Appena vendo qualche artra ‘opia d’ i’ mi’ libro, vengo a portavvi i sordi”
    E finarmente se ne va anche lui, per tornare alla fiera del libro. L’amica che lo aveva sostituito lo accoglie con un bel “zero copie vendute”, ma ora lui è contento lo stesso, perché ha trovato due nuovi amici.
    Sperando che i poliziotti sieno onesti come i’ su’ amio pusher. Boia dé.

    • Grazie Luca, il finale è… ganzissimo (superlativo assoluto del termine che occupa il punto più alto nella scala più alta dei valori). E anche il racconto è venuto bene, mi sembra. E’ stato un onore per me. Ciao!

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