La grande tristezza

la grande bellezzaQuesta non è una recensione del film ‘La grande bellezza’. La prima cosa che mi sono chiesto è il motivo per cui Gep Gambardella ha scritto un solo libro dal successo clamoroso e poi ha smesso una volta arrivato a Roma. Non è colpa dell’impigrimento dovuto al successo o alla bella vita, come finge di credere lui stesso. La risposta mi è arrivata nella scena del funerale, quando, dopo che Gep aveva detto alla Ferilli che ai funerali è immorale piangere perché “si toglie la scena” ai parenti e aveva spiegato come si recita ai funerali e aveva seguito alla lettera il suo copione, accade un imprevisto: il prete chiama gli amici del morto a trasportare in spalla la bara e nessuno si fa avanti. Dopo qualche esitazione Gep con altri tre prende in spalla la bara, ma cede e si mette a piangere. In quel momento Gambardella è nudo: dopo chissà quanto tempo è davvero se stesso, non recita. Quando si scrive si deve essere veri, non si può mentire e lui aveva smesso di essere vero appena arrivato a Roma, per questo non poteva più scrivere. La tristezza di Gambardella deriva dall’avere intorno tutta quella bellezza e non sapere perché e non potersene appropriare. Dalla coscienza che tutta quella bellezza rimarrà anche dopo che lui se ne sarà andato e non la potrà mai più rivedere. E’ convinto che con la sua morte il gioco finirà e allora tanto vale disperdersi e recitare e non vale la pena scrivere più. Per questo di fronte alla morte non riesce a trattenere le lacrime: non piange per la pietà verso il morto, piange per se stesso, per la sua disperazione. Viene fuori in quella scena la sua umanità vera. Perché di fronte all’arte e alla morte l’unico atteggiamento umano è un atteggiamento di verità. Altrimenti si recita disperati, malgrado la grande bellezza che ci circonda.

La grande bellezza.

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