Il Piccolo Principe e i morti dell’Abruzzo

I miei libri

il piccolo principeIeri ho parlato del romanzo che amo di più in assoluto: Il Piccolo Principe. Ero alla mia scuola, invitato da alcuni miei colleghi che insegnano lettere. C’erano moltissimi ragazzi e qualche adulto. Non vi sto a raccontare l’incontro, ci vorrebbe troppo, ma posso dirvi che non sono bravo a preparare gli incontri, neanche quando parlo di me, figuriamoci quando parlo di un altro. Però sono stato fortunato, perché su un giornale avevo trovato la notizia che il più grande violinista del mondo, per un giorno, si è messo a suonare nella metropolitana di New York un pezzo difficilissimo con un violino da qualche milione di euro.

Non l’ha considerato nessuno. Nessuno tranne i bambini e in particolare uno di tre anni che non voleva staccarsi da quell’uomo e dalla sua musica anche se la mamma lo tirava e doveva andare. E piangeva e non voleva andarsene.

I miei libri

‘L’essenziale è invisibile agli occhi’ dice De Saint Exupéry nel romanzo e quel bambino, tutti i bambini, e anche gli adulti col cuore di bambini lo sanno. L’essenziale era quella splendida musica suonata così bene, non lo sfigato che suonava in metro, che poi sfigato non era.

Ho concluso dicendo che il Piccolo Principe rappresenta sì anche l’autore da bambino, ma non può essere solo questo. Perché altrimenti il romanzo finirebbe malissimo. Dico, un bambino che si fa mordere da un serpente e muore! Peggio di così…

Io penso che non sia una morte come fine di tutto, perché se tutto finisse veramente così sarebbe proprio un bel casino. Il Piccolo Principe è un libro pieno di speranza e non solo un bel ‘Com’eravamo ganzi da bambini’ come spesso viene ridotto.

Sono giorni particolari questi, i morti giacciono ancora sotto le travi crollate. Ieri ci pensavo, mentre parlavo di quel bambino che muore ma non è vero che sparisce per sempre. È solo tornato da dove era venuto. E così, io credo, tutti i morti dell’Abruzzo.

9 commenti su “Il Piccolo Principe e i morti dell’Abruzzo”

  1. Noi qui a raccontarle queste immani disgrazie e loro lì, a subirle sotto le macerie.Dici che forse torneranno da dove son venuti.E’ l’unica speranza che ci resta.
    E speriamo che siano più tranquilli e felici di quanto ,forse , non lo siano stati qua.
    Toh ne ho già due di speranze e non riesco mai a capire quanto sia fortunato ad averle.
    Nemmeno quando il dolore ti accartoccia l’anima riesco a capirlo , forse son proprio un essere umano.
    Un saluto a loro.

    Rispondi
  2. Viviamo in un mondo dove molti, quasi tutti, non sentono irumori degli altri nemmeno quando sono crolli o urla di morte spasmi di annegati.
    E allora ti arrabbi e piangi quasi quando vai a lavorare per incomtrare i tuoi capi, i tuoi colleghi che si è no riescono ad ammettere che ci potrebbe succedere lo stesso, che magari hanno fatto la loro offerta di soladarietà … ma che sono quelli di sempre.
    Perché ci sarebbe una soliderietà più grande, ma più difficile da mettere in atto perché non si esaurisce in un SMS o in un bonifico o in sacco di roba che tanto in casa non ne fai più niente: basterebbe dire NO, e spiegarlo quel NO, quando ti svendi a fare il bello dove serve l’utile, a rifare il già fatto per le bizze di qualcuno quando neghi, fino a non vederla più, l’evidenza delle cose pericolose, malfatte, vecchie che non si rifaranno mai perché sono dove non le vede nessuno!
    E sto parlando di ospedali… sic!
    Antonello
    P.S.
    Metticela tu la canzone, ma Addio di Guccini penso andrebbe benissimo.

    Rispondi
  3. quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese.
    voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
    quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino.
    per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
    quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione.
    non aveva abitudini. sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via.
    aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.
    quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:perché io sono io, e perché non sei tu? perché sono qui, e perché non sono lí?quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?la vita sotto il sole, é forse solo un sogno?non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro?c’é veramente il male? e gente veramente cattiva?
    come puó essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?
    e che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?
    quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed é ancora cosí.
    quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere. ed é ancora cosí.
    le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí.
    a ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta, e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande.
    e questo, é ancora cosí.
    sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com’é ancora oggi.
    aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.
    aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
    quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
    e ancora continua a vibrare.

    Rispondi
  4. Amo molto Il Piccolo Principe, mi è piaciuto come ne hai parlato.
    Sono un’insegnante ed è vero, tropo spesso ci fermiamo a ciò che vediamo e non sappiamo andar oltre i capelli verdi, i pantaloni con il cavallo al ginocchio o le felpe sformate, mentre dovremmo sempre saper guardare quell’essere unico ed irripetibile che c’è dietro…
    Anch’io penso che sian tornati tutti da dove sono venuti, che per me significa tra le braccia del Padre.

    Rispondi
  5. Mi hai fatto venir voglia di rileggere, per la decima volta, Il Piccolo Principe!!!
    “L’essenziale è invisibile agli occhi” lo dice al Principe la volpe, che ha voluto che lui la addomesticasse. A me piace molto questa cosa dell’addomesticare, intesa alla latina: portare nella propria casa. E la mia casa è sia quella di mattoni, che la mia interiorità, il mio cuore.
    Allora mi piace accogliere nella mia casa parenti, amici, amici dei figli, l’extracomunitario che ci suona all’ora di pranzo, i miei alunni x la cena di fine anno…
    E ancor di più mi piace accogliere nel mio cuore le persone che incontro ogni giorno, gli amici, i colleghi, gli alunni…
    A proposito, i tuoi in che scuola sono? Cosa insegna un ingegnere scrittore? Nella mia scuola gli ing (non scrittori) insegnano estimo, disegno, impianti, costruzioni, ecc…

    Rispondi
    • Impianti, per l’esattezza. Anch’io sono in un ITCG,il il “Don Lazzeri” di Pietrasanta. Bello ma faticoso ;-))

      Rispondi

Lascia un commento

Non hai trovato le schede che cercavi? Clicca qui!

 

Oppure clicca i tasti sotto per andare alle pagine con le nuove schede da scaricare gratis.

Un ultimo passo.

 

Per confermare l'iscrizione controlla la tua mail e clicca il link che vi troverai. Se non trovi la mail controlla nella cartella SPAM e la troverai lì. In tal caso segna la mia mail come 'Non indesiderata' altrimenti le prossime finiranno tutte nello SPAM.

A presto!

Gentile insegnante clicchi i tasti sotto per andare alle pagine con le nuove schede da scaricare gratis.