Archivi categoria: Letteratura

Chi me lo fa fare?

letture scuola primariaLetture scuola primaria

Scrivere e pubblicare non coincidono. Si può scrivere molto e pubblicare poco o addirittura non pubblicare. Allora ti chiedi chi te lo fa fare. Ma anche quando pubblichi a volte ti fai la stessa domanda. Chi me lo fa fare?

Mi ha scritto una maestra pugliese che ha fatto leggere ai suoi alunni ‘C’è un ufo in giardino!‘ (Battello a Vapore). A un certo punto c’è una scena in cui Mery, la ragazzina protagonista che soffre di una grave forma di allergia, deve mettersi una tuta per uscire ma si vergogna. Alllora i suoi amici Francesco e Antonio, per convincerla, si mettono loro una tuta come la sua e la fanno uscire con loro.

Un’alunna di questa maestra ha la leucemia e doveva venire a scuola con una mascherina. Col passare dei giorni un po’ alla volta tutti i suoi compagni di classe hanno cominciato a presentarsi a scuola con una mascherina come la sua.

Non c’è bisogno di fare bei discorsi sulla solidarietà e sull’amicizia, rimarrebbero lì e chi ascolta troverebbe più interessante ficcarsi un bell’indice in una narice in cerca di tesori nascosti.

Un gesto silenzioso e una mail dalla Puglia invece cambiano tutto: ecco chi me lo fa fare.

Letture scuola primaria: clicca il pulsante sotto e scopri i miei libri per ogni grado di scuola.

Tanti tipi di silenzio

il silenzioC’è il silenzio del mattino e quello dopo la domanda “Chi vuol fare il segretario?” all’esame di Maturità. C’è il silenzio davanti alla tv e quando scegli il vino al supermercato e il silenzio quando guardi fuori dalla finestra e non c’è nessuno in strada. Il silenzio d’agosto con la luna piena e quando ti tappi le orecchie da bambino per non sentire i tuoni del temporale. E poi c’è il silenzio dopo il tuffo in mare, quando sei sott’acqua e quello del compito in classe. E il silenzio dopo un “Mi ami?” e calcoli il tempo della risposta. E ogni volta che un silenzio termina qualcosa cambia nella vita di ognuno.

Tutto è possibile

Le maestre gli avevano detto che gli scrittori di favole abitano sulle nuvole, per questo sono molto distratti. Allora mi hanno chiesto qual era la nuvola su cui abitavo e io gliel’ho fatta vedere dalla finestra, una nuvola grande e grigia. Non erano stupiti, apparentemente, ma lo stupore è condizione normale dei bambini, quindi non si vede come negli adulti. Non ci sono occhi spalancati bocche aperte ‘ooooh’ come in noi. La realtà è stupenda lo stupore è normalità.

E perciò non puoi pensare che un cosino di quattro anni non si avvicinerà e non ti chiederà come se fosse la cosa più logica: ‘Mi porti con te sulla tua nuvola?’

In quel momento hai la certezza che tutto è possibile e che ce lo puoi portare veramente. Ma è solo un lampo, poi torni adulto e non è più così.

L’umorismo in letteratura




umorismo in letteraturaVorrei parlarvi seriamente(?) di umorismo in letteratura. A volte la letteratura umoristica viene considerata un genere minore, una specie di consolazione al trambusto della vita e ai suoi inciampi. Spesso, soprattutto in questi tempi non facili, quando si presenta un libro umoristico si sente commentare che ce n’è bisogno in questo momento, come se in altri momenti la letteratura umoristica non fosse necessaria.

Invece no. L’umorismo, e sua madre l’ironia, non sono suppellettili create da qualcuno per mostrarle in salotto come una ceramica antica, o un bell’accessorio per addolcire l’amarezza inevitabile della quotidianità. L’umorismo, e sua madre, sono un modo di guardare la realtà.

Perché la realtà si guarda con gli occhi, si ascolta con le orecchie, si tocca con le dita, ma si conosce col Cuore. Quando un bambino nasce, praticamente è cieco, sordo e muto. Eppure conosce la realtà, cioè che sua madre gli vuole bene.

I miei libri

Ci sono cose che corrispondono immediatamente al nostro Cuore, come il bene della madre appena si nasce, e l’umorismo è una di quelle. Non si tratta della risata per dimenticare il tran tran che quasi mai corrisponde ai nostri desideri, ma del riso o del sorriso che nasce quando ciò che leggiamo ci corrisponde, sembra fatto apposta per me che leggo. L’umorismo muove alla gioia quando mi riguarda direttamente e mi fa capire che tutto può essere positivo, specialmente la sventura. Se ci fate caso si ride di più quando ai protagonisti della storia accadono fatti disgraziati. Ma non si tratta di cinismo di chi legge. È che guardando la realtà con la lente dell’umorismo, anche gli eventi dolorosi appaiono per quello che sono: delle prove che giungono per far crescere chi le affronta, per fargli conoscere la realtà, quella vera, cioè che tutto è positivo. Altrimenti che sfiga ragazzi!

Se vuoi scrivere devi essere Kayser Söze

Nei corsi di scrittura creativa (che peraltro non ho mai frequentato, ma questo non è certo un giudizio) alla prima lezione dovrebbe essere obbligatorio proiettare ai corsisti il film “I soliti sospetti“.

Nella scena finale Kevin Spacey si rivela per quel che è, ovvero Kayser Söze, ma per il poliziotto è troppo tardi, ormai se l’è fatto scappare.

Il poliziotto se ne accorge perché guardando nel suo ufficio ritrova tutti i nomi, i fatti e le circostanze che per tutto il film Kevin Spacey gli ha raccontato. Spacey aveva inventato tutta la storia complicata partendo da quello che aveva intorno in quel piccolo ufficio del poliziotto.

E tutto era credibile, tanto che il poliziotto aveva creduto a quel mondo inventato e l’aveva liberato convinto che fosse solo una comparsa in quella storia di delitti e che i protagonisti fossero altri. Invece il protagonista era proprio lui.

Chi scrive deve fare esattamente come Kayser Söze: prendere spunto dalla realtà che ha intorno, dai propri ricordi e creare una storia credibile.

Caro lettore, il poliziotto sei tu e se riusciamo a farti credere alla storia abbiamo fatto un buon lavoro. Ah, ovviamente il protagonista, anche se non lo crederesti mai, è sempre lo scrittore.

Le stelle splendono per te

Il  Corriere della Sera ha indetto un concorso per un racconto, chi vince verrà pubblicato col Corriere cartaceo nella collana ‘Corti di carta’.

Io ho scritto un racconto che si intitola come questo post. L’ho scritto pensando ai miei studenti e a una canzone dei Coldplay che amo molto, Yellow. Se volete leggerlo e votarlo sul sito del Corriere lo trovate a questo link.

La vittoria non dipende dai voti che riceverò perché chi decide sono solo i giornalisti del Corriere, però ci terrei a sapere se vi piace o no e che votiate secondo questo criterio e non ‘a simpatia’.

Fatemi sapere, grazie. La canzone è al link che vi incollo sotto.

http://www.youtube.com/watch?v=1MwjX4dG72s

Il primo bacio del libeccio

la prima libecciataSono fiero del mio giubbotto blu scuro di jeans col colletto rialzato e dei miei quattro anni. Non so se sono tanti o pochi perché non so contare, però so farli con le dita, anche se fatico a nascondere il pollice dietro il palmo della mano.

Qualcosa mi spettina i capelli, mi entra dappertutto, si chiama vento mi dicono. Ma questo non è come tutti gli altri venti, si chiama libeccio, è quello più forte, mi dicono, più di tutti. E gli scogli di Marina, quelli li conosco, e gli scogli – dicevo – ora capisco perché sono lì, proprio lì. Le onde colpiscono la prima linea, ma non si fermano e riprendono forza e colpiscono dove siamo noi e gli spruzzi arrivano addosso a noi. Non ho mica paura sono con babbo e mamma, però sono felice che ci siano anche gli scogli con noi.

Le onde cambiano nome quando c’è il libeccio, mi dicono, si chiamano cavalloni perché scavalcano le barriere degli uomini e arrivano alle case come i cavalli che saltano un ostacolo.

Mi dicono di passarmi la lingua sulle labbra e io lo faccio e sento quel sale, e mi dicono che è il bacio che dà il libeccio e che lascia quel sapore.
Non ho mai più sentito un bacio così.

Zorro e l’amore

Zorro insegue Cappuccetto rosso nel prato. E’ alto ottanta centimetri, meno della sua spada, e Cappuccetto rosso è più piccola di lui, bionda. Si vede perché il cappuccetto si è abbassato nella corsa. I Giganti, a distanza, li sorvegliano. Zorro cade sull’erba e si rialza subito, appoggiandosi alla lama di plastica della spada che si piega ma lo sostiene. Ha perso la maschera o forse l’ha tolta apposta perché la tiene in mano. Cade anche Cappuccetto rosso e si rialza in un battibaleno. Si fermano sotto una statua in piedi uno accanto all’altra, seri, perplessi. Lei doveva solo portare una torta e lui risolvere le ingiustizie del mondo. Ma proprio tutte. Zorro si rimette la maschera, lei si rimette il cappuccio. Poi i Giganti li raggiungono, li fotografano e li portano via da parti opposte. Loro li seguono ubbidienti, voltati indietro a guardarsi per l’ultima volta.

Il mondo litiga

Questo è un mio racconto di Natale per bambini inedito. Scaricalo pure e buona lettura. Se vuoi sapere di più sui miei libri clicca il pulsante sotto, grazie!

I miei libri

racconto di Natale per bambini

Racconto di Natale per bambini

Il mondo litiga

B. pensò che non c’era niente di più adatto di quel treno per il suo riposo. Dopo tutti quei giorni di lavoro era in un bello scompartimento con un uomo, una donna dall’aria nervosa e un bambino con la faccia seria. Non era un granché per essere la vigilia di Natale, ma non gli importava. Tutto era riposante dopo tutti quei giorni di lavoro.
La madre, se era la madre, si rivolgeva al bambino con gesti veloci, come se volesse fare qualcosa per lui ma ci ripensasse sempre all’ultimo momento. L’uomo leggeva qualcosa sul cellulare tenendolo a una certa distanza come fa chi ha bisogno di un paio di occhiali da lettura. B. anche se stanco, fu incuriosito dal bambino. Aveva nelle mani l’ultima console elettronica – B. La conosceva bene – e non la guardava neanche. Qualunque bambino non avrebbe avuto altro pensiero che giocarci, ma quel bimbo fissava un punto sul sedile vuoto di fronte. La donna si accorse che B. guardava il bambino e gli si rivolse.
“È un po’ serio” disse con un mezzo sorriso, quasi a giustificarlo. B. annuì: che errore! La donna ora non avrebbe smesso di tormentarlo per tutto il viaggio. Infatti riprese.
“È molto… deluso”. B. annuì ancora.
“Gli abbiamo appena spiegato una cosa: vero Martino?”. Il bambino annuì in silenzio. Ma alla donna non bastò.
“Cosa hai saputo? Diglielo al signore”. Il bambino non aveva nessuna voglia di parlare, tantomeno con uno sconosciuto, però obbedì alla madre.
“Babbo natale non esiste”. La donna sembrò soddisfatta.
“Ormai era pronto per saperlo. Pronto” ripeté quella parola più per il bambino che per B.
B. si voltò verso il finestrino ma nel buio della campagna non si vedeva nulla, né in cielo né in terra, né lampioni né stelle. Per fortuna la donna non parlò più e si addormentò. L’uomo accanto a lei sembrava estraneo a tutti loro e anche al treno, come un’immagine trasmessa dallo schermo di una tv, apparteneva a un altro universo. Il bambino posò la console sul sedile e abbassò la testa. B. pensò che si fosse addormentato, invece vide una lacrima che cadeva dalla guancia. Si avvicinò al bambino facendo attenzione a non fargli capire che si era accorto che piangeva e si rivolse a lui:
“Ti dispiace per quella cosa che ti hanno detto?”. Il bambino scosse la testa.
“No. Piango perché il mondo litiga” e fece un gesto con la mano per indicare il mondo. “Avevo chiesto a Babbo Natale che il mondo smettesse di litigare e invece mi hanno dato quella” indicò la console.
B. tirò fuori da una tasca della giacca qualcosa e lo passò al bambino.
“Mettiglielo lì accanto” disse indicando la donna. Era un fiore bellissimo, una gerbera fucsia. La donna si svegliò e la prima cosa che vide fu il fiore. Sorrise – era il suo fiore preferito – lo annusò e si girò verso l’uomo. Lui distolse lo sguardo dal telefono e ritornò uomo di carne e non immagine soltanto. Lei lo baciò sulla guancia. Il bambino guardò B. ridendo.
“Tu sei…”
“Shhhhh, non dirglielo. Non sono ancora pronti per saperlo”.

Se ti è piaciuto il mio racconto di Natale per bambini scopri anche i miei libri per bambini e ragazzi pubblicati con il Battello a Vapore e Einaudi Ragazzi cliccando il tasto sotto. Grazie!

Per entrare nei cuori

Avevano disegnato la mia favola con le loro matite senza tralasciare nulla, come fanno i bambini.

I disegni erano attaccati su dei tabelloni troppo alti per loro.  Gli autori, per farmi vedere quali avevano fatto, saltavano e schiaffeggiavano il cartellone come i giocatori di pallavolo quando schiacciano. Gli piaceva il rumore del colpo sui fogli ‘CIAK!’ e come avevano reso belli quei fogli bianchi coi loro colori. C’ero anch’io col sombrero in testa perché il sole non mi facesse male visto che sono…

Juan Pablo è serissimo quando mi si avvicina: “Volevo complimentarmi con Lei, la Sua favola mi è molto piaciuta”. Da seduto sono molto più alto di lui.

“Perché Melerè è una bambina?”

Non me l’ero chiesto.

“Perché per entrare nei cuori degli uomini bisogna essere piccini”.

Melerè al Circofarfalla

melerè al circofarfallaMelerè al circofarfalla

E’ uscito ieri il seguito di Melerè la musica bambina. Si intitola Melerè al circofarfalla e ne vado molto fiero perché le musiche di Marco Simoni sono bellissime, le illustrazioni di Alessandra Vitelli sono oniriche e realistiche insieme, che è la cosa più difficile, e il gioco di Creativamente (stavolta si tratta di carte con i personaggi della favola) è bello e divertente. Può essere un regalo di Natale bello ed educativo, potete trovarlo nelle librerie per ragazzi e nei negozi di giocattoli in oltre 500 punti vendita di tutta Italia. Clicca qui e avrai l’elenco città per città.

Cliccando invece qui potrai leggerne qualche pagina e comprarlo sul web.

Scrittorone per ipad

Ospito un graditissimo intervento del derelitto Maestro Fab Van  Alt su come vanno le cose nel mondo dell’editoria oggigiorno.

Che dire, è incomprensibile.

E’ incomprensibile che l’Autore di romanzi come ‘La Deprimenza’ e  ‘Disgrazia e disappunto’ (vincitore del premio “Sfortuna e scrittura 2009”) non sia ancora su ebook in formato epub, leggibile da iphone e ipad.

No cari amici, il mio editore mi pubblica su tavolette di cera che, tra l’altro, si sciolgono oltre i quaranta gradi tanto che nessuno può leggere i miei romanzi sdraiato sulla spiaggia perché gli colerebbero dalle mani. A volte penso che si vergogni di me per la mia vita sregolata e borderline (qualunque cosa significhi).

E invece vedo che il mio ospitante, Altieri, da oggi è su tutti i portali di ebook con i suoi tre libercoli in quel formato e chi ha un iphone o un ipad può comprarseli alla metà del prezzo del libro di carta. Che vergogna, che ludibrio per la cultura mondiale!

Ringrazio l’immenso scrittore Van Alt per questo profondo intervento e vi dico solo che potrete acquistare i libri del vostro scrittore preferito in formato per iphone e ipad a questo indirizzo.

Uscendo dal serale

CLICCA IL VIDEO  E INIZIA A LEGGERE

Esco dalla scala antincendio verso il parcheggio, nero.

Nella palestra accanto un ragazzo e una ragazza ballano. Si sente un tango, solo loro e il maestro che osserva in silenzio.

Tutta la palestra è loro, tutto lo spazio, tutta la luce della palestra è loro e soltanto loro. Tutta la musica del mondo è in quel tango, ed è loro, tutti i movimenti di tutti i balli del mondo in quel tango. Appartengono solo a loro. Per questo il maestro tace: non è suo il ballo di quei due. I loro occhi si fissano, i piedi non occorre guardarli come fa un grande calciatore. Chi ha classe tiene lo sguardo alto e avanza senza curarsi dei propri passi.

E’ nero il parcheggio non vedo la serratura dell’Alfa. Quando la trovo entro ma non parto. Calo il finestrino e li guardo; li vedo anche da lì, attraverso dalla vetrata dell’uscita d’emergenza. La palestra è un’astronave di luce azzurra nel buio e loro devono solo stare attenti alla rete da pallavolo, a non finirci contro. Quando finisce la musica il maestro fa sì con la testa. Loro si fermano e si staccano anche se è chiaro che sono intrecciati come prima. Escono, salgono in moto e vanno via. Si spegne la luce, anche l’astronave sparisce.

Tiro su il finestrino. Ringrazio il cielo per tutto questo.

Il piano

Il palco è enorme, enorme anche per una festa della birra, non me l’aspettavo così. I musicisti sono dieci bavaresi in pantaloni corti di pelle – che ti aspetti dai bavaresi? – ma solo uno è autorizzato a parlare italiano e lo parla come un bambino, un bambino tedesco. Presenta le canzoni, tutte straconosciute in Bavaria, un po’ meno da noi. il mare è a duecento metri in linea d’aria e fa strano sentire la risacca nelle pause della musica. Ogni tre canzoni il bavarese italianista ordina ‘Ein Prosit ein Prosit ein Prosit’ e alcuni alzano il boccale, più per paura di ritorsioni da parte dei tedeschi che per convinzione; sul palco hanno quei tubi che fanno tutto quel fumo… e se fossero armi? La coppia di fronte a me non la conosco, hanno un bambino. Il bambino prende confidenza, i bambini la confidenza ce l’hanno col mondo, e mi svela i suoi progetti per impadronirsi delle decine di metri di cavi d’acciaio che portano elettricità ai fari immensi che illuminano il piazzale. Il piano è ben studiato, potrebbe anche riuscire. Il motivo per cui lo farà me lo spiega: vuole utilizzarli per avere elettricità gratis a casa sua. È una buona ragione. Ha  un buon piano e una buona ragione. I bavaresi improvvisano un rock anni ’50 e per la prima volta sembrano davvero felici, il chitarrista soprattutto. Fa l’assolo come se la chitarra fosse un mitra e sparasse sul pubblico. Mi ricorda i soldatini della Matchbox che avevo da bambino. La Wehrmacht. Lo dico al bambino che fa cenno di aver capito, ma si vede che pensa a qualcos’altro. Il bavarese dice qualcosa e qualcuno si alza in piedi. Capisco che stanno per fare l’inno italiano e quello bavarese. L’inno italiano lo sbagliano, sembra una canzone di Toto Cotugno. Quello bavarese è bello, lo suonano come se stessero per morire tutti per la loro terra, gli italiani ascoltano in silenzio, nessuno lo conosce, ma nessuno fiata, neanche gli ubriachi. All’improvviso sparisce la luce. Nel buio totale il mormorio di stupore e fastidio della gente e poi una voce che grida: “I cavi, sono spariti i cavi!”.

Il dado cromato

Il rubinetto perdeva da mesi, ma non mi importava, finché non ho visto la bolletta. Allora mi è importato.

L’idraulico è un uomo buono. Mi sorride, anzi sorride alla rondella mentre la fissa col dado cromato. Il dado non lo vedrà mai più nessuno là dentro lo scarico del lavabo, ma è cromato lo stesso. La rondella non terrà, o almeno non dovrebbe farlo. È rimediata come quel dado cromato che dovrebbe trattenerla.

“Ieri sera un mio amico festeggiava il compleanno. Mi ha invitato al doncarlos, la discoteca. C’erano donne, tante donne.” Stringe il dado con la tenaglia arancione, una volta, ora è grigia e ha esperienza.

“Me ne ha presentata una e mi ha detto questa se ti prende ti riduce male.”

Il dado avanza velocemente sulla filettatura. Non c’è resistenza. Lui non smette di sorriderle, penso sia per quello che il dado tiene.

“Ho parlato con quella donna, era simpatica mi ha detto che era divorziata e che le piaceva ballare quei balli sudamericani perché sono divertenti la fanno ridere e le sembra di volare.”

Il dado ora avanza più lento, lo sforzo aumenta la tenaglia va sicura come chi sa che vincerà di certo.

“Abbiamo fatto un ballo. Poi le ho detto che dovevo tornare a casa e lei ha fatto cenno di sì. Con il capo ha detto sì. Domani devo lavorare non sono abituato, se faccio tardi poi lavoro male. Lei ha fatto cenno di sì ha detto ochei e ci siamo salutati. Poi sono venuto via.”

Il dado si ferma, ha raggiunto la meta più di così non va, e neanche deve andare. Apre e chiude il rubinetto apre e chiude e aspetta. Apre e chiude un’ultima volta. Rimette la tenaglia grigia nella cassetta degli attrezzi e chiede se può sciacquarsi le mani. Ma certo.

Chiede venti euro per due ore di lavoro. Gliene do trenta, ma mi tocca insistere. E un bicchier d’acqua.

Il rubinetto non perde più, la rondella tiene. Il dado cromato fa il suo dovere, anche se nessuno lo vedrà mai. Sono certo che se non fosse stato cromato non avrebbe resistito nel buio del lavabo, avrebbe ceduto.

Ne sono certo.

Il vecchio e il sogno

Il vecchio mi accolse nel suo bell’appartamento e mi fece sedere su una vecchia poltrona. A ben vedere tutto era vecchio in quella casa, però tenuto bene, come in quelle case dove una donna si occupa della casa.

Si scusò per il disordine e mi spiegò che da poco era morta sua moglie e non aveva nessuno che si occupasse della casa, per quello era tutto così…

Mi disse anche  che sperava di sentire quella chiave che si infilava nella serratura della porta, ma non era più possibile, perché lei non c’era più.

Notai a destra della poltrona dove stava seduto quella bombola grigia dell’ossigeno.

Se  ne accorse: “Non la veda così, non la veda come se io non potessi più uscire da questa casa, come fosse una prigione. La veda come se non ci fosse più necessità di uscire per me e questo appartamento io potessi chiamarlo ‘Mondo’ senza considerarmi pazzo”. Annuii, ma si vedeva che non gli credevo.

“Sa, quando ero giovane tutto quello che facevo era per realizzare i miei sogni”.

“Ora tutto quello che posso fare è aiutare gli altri a realizzare i loro”. Fissò un punto sul pavimento.

“Non è la stessa cosa”.

No. Non è la stessa cosa

Intervista allo scrittore on line

fabrizio-altieri piccolaIl Blog Critica letteraria si autodefinisce “Un altro blog per risollevarci dal menefreghismo letterario” e già solo per questo mi piaceva. Ma ora che ha pubblicato quest’intervista al vostro scrittore di romanzi preferito, ne sono diventato fan accanito. Ci terrei che la leggeste.

Ciao Fabrizio, benvenuto qui nel nostro “Salotto”. È un piacere avere la tua simpatia spontanea e la tua arguzia a insaporire le risposte. Per chi non avesse letto la nostra recensione a Rossana, il sogno e il ragno Calatrava, ecco il link: clicca qui.

Vediamo dalla tua biografia che sei in primis un ingegnere. Quando è nata la tua passione per la scrittura? È stata una scoperta improvvisa o conviveva già con i numeri?

Conviveva. Ho iniziato a scrivere verso i diciassette anni. Erano poesie. Lo feci perché un giorno mio padre, che era ingegnere, ma di quelli seri, mi svelò un segreto terribile: non solo scriveva di nascosto poesie, ma poiché si vergognava ne aveva mandate alcune a un concorso a mio nome! Mi toccò andare a prendere una medaglia che vinse con i suoi poemi e allora cominciai a scriverne anch’io, così avrei partecipato a mio nome. Poi un giorno mi svelò che aveva scritto un racconto… Il giorno dopo scrissi il mio primo racconto e da allora vidi che mi dava più gusto scrivere in prosa, e continuai.

Cosa si prova a essere insegnante e scrittore? Pensi che possa essere una fonte di ispirazione?

Sì. Nel mio ultimo romanzo ‘Rossana, il sogno e il ragno Calatrava’ la scuola compare sia come sfondo alla storia che come fucina di personaggi che quasi sempre sono ispirati a persone che ho conosciuto nella realtà, colleghi, ma soprattutto ragazzi.

Cosa pensano dei tuoi libri i tuoi ragazzi? C’è stato qualche commento memorabile?

Ne ricordo uno di una ragazza: “A me piace più Moccia”. L’ho bocciata. Da allora i miei ragazzi ne pensano tutto il bene possibile.

Il libro spassoso che abbiamo recensito molto volentieri è stato preceduto da altre prove: come le consideri? Affetto, superamento? Dicci tutto.

Il primo romanzo ‘Il caso Cicciapetarda” lo scrissi nel 1999 ma fu pubblicato solo nel 2006 grazie al mio editore la Società Editrice Fiorentina, che ci credette da subito. Fa ridere, ma veramente tanto, ed è più spensierato dell’ultimo che ho scritto vari anni dopo. Non lo rinnego, ma non scrivo più così. Si cambia e si cresce in tutto, anche nello scrivere. Tra i due c’è la raccolta di racconti ‘Maremma Safari e altri sogni’ del 2007. È particolare perché c’è il primo racconto che ho scritto, da cui trae il titolo, e anche uno degli ultimi. Tra i due corrono più di vent’anni.

Rossana, il sogno e il ragno Calatrava ha tra i personaggi principali un supplente-aspirante scrittore, Maurizio, ironico e genuino, ancora idealista. Basta parlare con te dieci minuti per rischiare di confonderti con Maurizio: in cosa ti ritrovi? Sappiamo bene che è difficile e non molto politically correct svelare un po’ di elementi autobiografici, ma ti torturiamo un po’…

Son qui apposta! Maurizio mi somiglia molto per carattere ed esperienze di vita, anche se nel romanzo non è ingegnere e, come primo incarico, insegna una materia indefinibile che neanche lui ha mai sentito nominare. Però alcune differenze ci sono: è più coraggioso di me e molto più ingenuo. Vorrei essere come lui e lo invidio un po’, per questo nel romanzo gliene faccio passare di tutti i colori.

Ormai sei un habitué di fiere letterarie, mostre di piccoli editori, presentazioni e chiacchiere in pubblico. C’è ancora l’emozione? In questi anni è successo qualcosa di divertente?

L’emozione c’è sempre, è la paura che è nettamente diminuita. Dopo tanti incontri e presentazioni so che posso controllare la situazione e che nessuno mi lancerà ortaggi o improperi. All’inizio invece, quattro anni fa, ero un concentrato di fifa. Ne sono successe molte e alcune le ho inserite nel romanzo. Una delle più belle fu alla fiera di Roma dove una signora volle che le facessi una dedica su un libro… del Leopardi! Mi firmai Fabrizio Giacomo Altieri perché Giacomo è il mio secondo nome per davvero e lei se ne andò tutta contenta. Il mio libro però non lo comprò.

Sei recentemente stato segnalato al 53° Premio Nazionale Letterario Pisa: che cosa hai provato?

È la prima volta che ricevo un riconoscimento ad un Premio letterario, da quel giorno che partecipai con le poesie di mio padre, intendo. Ho provato gioia per tutto il lavoro che io e il mio editore abbiamo fatto in questi anni. Senza ipocrisia, quando l’abbiamo saputo ci siamo detti: “Ce lo meritiamo!”.

Abbiamo letto della tua recentissima pubblicazione (sempre per la Società Editrice Fiorentina) di Melerè, la musica bambina: di cosa si tratta?

Si tratta del primo Libro-audio-gioco mai realizzato. È composto da un libro con una favola per bambini dai quattro anni in su, scritta da me e illustrata da Alessandra Vitelli, un cd con la mia voce che legge la favola e una musica scritta per l’occasione da Marco Simoni e un gioco da tavolo realizzato da CreativaMente, un’azienda specializzata in giochi educativi per ragazzi, ispirato ai personaggi della fiaba ed alle avventure che essi vivono. Il tutto racchiuso in una scatola. Ne sono molto fiero perché è stato un lavoro di squadra non facile da organizzare e il risultato è molto riuscito.

Grazie mille per la tua disponibilità e speriamo di rivederci presto e di poter parlare ancora dei tuoi libri!

Grazie a te e a chi ci legge.

Nelle ore libere a scuola

Nelle ore libere a scuola, in aula tecnigrafi io e un computer del ’96 scriviamo romanzi e favole. I tecnigrafi mi guardano, qualcuno è più inclinato qualcun altro meno; quelli più inclinati sono più attenti degli altri. L’aula è enorme il computer ronza lentissimo come un diesel del ’60.

Piacerà ‘sta roba?

Qualcuno, a leggerla, penserà che sono la persona peggiore del mondo qualcuno penserà che sono una persona eccezionale, qualcuno addirittura penserà che sono tutte e due le cose contemporaneamente.

Ma non pensiate che parli di voi o perlomeno che ne parli apposta. Io parlo sempre di me e ogni personaggio, nel bene e nel male sono io. Per cui se vi riconoscete in qualche situazione o stato d’animo, sappiate che è solo perché quello che ho vissuto io l’avete vissuto anche voi e quello che provo io l’avete provato anche voi.

Per questo so che saranno un bel romanzo e una bella favola.

Prima di tutto…

… è nata l’amicizia con Emanuele e Clara, poi è venuto tutto il resto.

Sto parlando di Melerè, la musica bambina, la favola per bambini che ho scritto e appena pubblicato per la Società Editrice Fiorentina in collaborazione con CreativaMente.

In realtà la favola (e il libro illustrato che la contiene) è solo una parte di tutto il lavoro. Nel progetto sono state coinvolte tante persone e alla fine è uscita una scatola-gioco contenente un libro illustrato, un cd con l’autore (io) che legge la favola accompagnato dalla musica di Marco Simoni e un gioco da tavolo ispirato alla favola. Io, Marco Simoni, la bravissima illustratrice Alessandra Vitelli, Emanuele Pessi (autore del gioco), Clara Fadda e la grafica Roberta Biasci, i miei editori Massimo Ciani e Frank, tutti insieme abbiamo collaborato per realizzare Melerè. E alla fine è venuto un bel lavoro. Davvero.

Ma prima è nata l’amicizia tra noi, come di amicizia parla la favola di Melerè, la musica bambina.

Gli scrittori e la C.I.A.

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Joseph Conrad dicendo questo mette in luce una verità ancora più profonda: lo scrittore non ‘stacca’ mai. Di solito in ogni lavoro quando torni a casa pensi ad altro e fai altro. Il lavoro occupa certe ore della giornata, oltre quelle ci si dedica ai nostri hobby, alla persona amata, alla playstation…

Ma lo scrittore… lo scrittore in qualunque momento della sua giornata sta all’erta, capta, osserva, anche non volendo, anche quando sarebbe normale pensare ad altro, come me ieri all’ospedale.  E’ più forte di lui. Non si può pensare ad altro perché qualsiasi ‘altro’ fa parte della vita e lo scrittore, come un aspirapolvere, deve aspirare la vita che gli sta intorno. E poi la riutilizza quando scrive.

Solo un altro mestiere è paragonabile a quello dello scrittore: l’agente segreto. Anche loro non staccano mai, solo che hanno una vita un po’ più movimentata del povero scrittore…

Don Chisciotte

Il cavaliere dell’eterna gioventùdon chisciotte

seguì, verso la cinquantina,

la legge che batteva nel suo cuore.

Partì un bel mattino di luglio

per conquistare il bello, il vero, il giusto.

Nazim Hikmet, essendo un poeta vero, fa capire perfettamente al lettore in cinque versi cosa spinse Don Chisciotte a mettersi su quella specie di mulo che era Ronzinante, con un ciccione brontolante al fianco e partire.

Non lo fece per un’idea astratta, ma perché, a un certo punto della sua vita ‘verso la cinquantina’, dovette seguire la legge che batteva nel suo cuore. E Hikmet non si riferisce solo all’amore per Dulcinea. Quello è una conseguenza, non la causa.

Tutto parte dal desiderio di conquistare il bello, il vero, il giusto perché è questa la legge che batte nel nostro cuore.

E noi, amici, quand’è che partiremo?

Le scuse per l’abbandono

Stavo andando a scuola in auto quando su una rotonda di Viareggio ho visto un cane. L’ho notato perché traversava la strada senza quel criterio che di solito hanno i cani randagi; era evidentemente spaesato e le macchine rischiavano di schiacciarlo. E poi ho notato il suo sguardo. Non credevo che un cane potesse avere quello sguardo. I suoi occhi erano persi, esprimevano disperato smarrimento, come gli occhi di una persona. Non è  retorica, non sono un animalista, ho visto proprio questo nei suoi occhi.

Era stato abbandonato poco prima. E chi l’ha abbandonato sono sicuro, avrà avuto mille scuse: ‘Porta malattie e ora abbiamo il bambino’ oppure: ‘Dobbiamo andare in Sardegna in albergo non lo vogliono e non sappiamo a chi lasciarlo’, o magari: ‘Quando l’ho preso era così carino, non mi aspettavo che diventasse tanto grosso’.

Nel Piccolo Principe la volpe dice: “Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”. Non ci sono scuse, ragioni, argomenti capaci di resistere a questa verità, crollano tutte miseramente.

Naturalmente la frase della volpe vale anche per le persone.

Ho una gatta bellissima, nera nera, e il manto morbido come seta. È lei che ogni tanto mi abbandona, sapete come sono i gatti. Ma ogni volta ritorna, e io l’aspetto, perché lei mi ha addomesticato e sa che sarà responsabile di me per sempre.

E senza aver letto il Piccolo Principe.

Clamorosa intervista allo scrittore Van Alt

Fab Van Alt, il celebre scrittore olandese è venuto in Italia per presentare la traduzione italiana del suo terzo romanzo “Disgrazia e disappunto” e io, scansando il poderoso apparato di sicurezza che lo imprigiona, l’ho intervistato.

Maestro, che cosa rappresenta per lei la scrittura?

Un modo per attaccare discorso con le femmine e di mangiare gratis quando mi invitano come ospite alle presentazioni di libri.

Nient’altro?

Perché, oltre le femmine e il cibo c’è qualcos’altro?

Nei suoi romanzi scandaglia l’animo umano mettendo in luce il marcio che si cela in ognuno di noi. Da dove giunge tanta profondità di pensiero?

Mi drogo.

Lei è un artista ‘maledetto’. Questa definizione le piace?

È la realtà. Sono maledetto continuamente dalle mie ex mogli e da coloro che mi stanno intorno, soprattutto quando sono a tavola perché trovano i miei capelli nei piatti.

I suoi capelli. Che rapporto ha con essi?

Li curo moltissimo, uso prodotti di ogni genere per mantenerli perché piacciono molto alle femmine.

Quando tornerà in Italia?

Quando mi inviteranno a mangiare gratis o dovrò vedere qualche femmina.

C’è chi dice che lei in realtà è Fabrizio Altieri ma che bevendo una pozione da lei stesso creata si trasforma in Fab Van Alt e tira fuori il peggio del suo animo e quindi vende moltissimi libri, a differenza dell’Altieri.

Non conosco questo Maurizio Alfieri e non bevo nessuna pozione, sono tutte invenzioni del mio agente per vendere più libri.

Se ne va velocemente circondato dai bodyguard, ma mentre si allontana mi pare di vedere che i suoi capelli si restringono e diventano sempre più radi. Se non fosse assurdo penserei che l’effetto della pozione sta finendo.

Perché l’Altieri scrive

Il romanzo “Rossana, il sogno e il ragno Calatrava” in parte è autobiografico, come tutte le opere scritte da qualsivoglia scrittore. Ad un certo punto al protagonista Maurizio, scrittore che sta presentando davanti ad un pubblico il suo romanzo, viene posta la domanda: “Perché scrivi?”.

Lui si trova in grave imbarazzo perché è una domanda talmente grande che… non se l’era mai posta. O meglio, se l’era posta ma aveva cercato di censurarla. Succede spesso con le domande troppo grandi.

Poi Maurizio si riprende e la sua umanità gli fornisce una risposta, che vi andrete a leggere, voglio sperare.

Forse però la risposta sarebbe stata più completa se Maurizio avesse ricevuto la mail che mi è stata inviata tre giorni fa e che vi incollo:

Gentilissimo Fabrizio, l’ho incontrata a Imperia, alla fiera del libro, circa un mese fa… Ho letto il suo libro, ma che fantasia ha? Mi sono davvero divertita anche durante la seduta di chemioterapia, grazie mille di cuore. Ci riprovo anche con gli altri suoi libri, ma lei non smetta di scrivere!
A presto.

Ora so perché scrivo.

Capire il mio editore

L’editore

Tutte le persone hanno frasi che ricorrono.

Anch’io le ho e le ha anche il mio editore solo che all’inizio non ci facevo caso. Poi ho cominciato a scrivermele sulla Moleskina nera che uso per segnarmi le idee, che altrimenti volano via. Rileggendole alla luce dell’esperienza di questi anni assumono significati che vanno al di là delle parole stesse. Ne ho scelte quattro per voi:

1. Non ci sono i numeri.

Significa che l’idea può essere bella quanto ti pare ma io non posso pubblicartela perché non ne venderemmo abbastanza.

2. Se vuoi un consiglio… ma fai te.

Chiedere il significato direttamente a Don Vito Corleone

3. Non è un’idea mia…

… tuttavia stranamente pare un’idea buona.

Ma la migliore è quella che mi ha detto ieri al telefono:

4. “Questo non è un do ut des. È solo un des“.

Fabri Fibra cerca un senso

Ieri ho visto Fabri Fibra nella trasmissione della Ventura. Mi sta simpatico Fabri Fibra e alcune sue canzoni mi piacciono. Ricorre spesso il tema della ricerca di un senso per tutto quello che di brutto ci accade. E a lui devono essere accadute un bel po’ di cose brutte.

Allora ribalto la prospettiva. Cerca un senso alle cose belle che ti accadono, Fabri Fibra. A tutti accadono. Cosa c’è dietro il sorriso della tua donna, o quella canzone che t’è riuscita così bene?

Una cosa bella che mi è accaduta sono i miei amici.

Ieri Fabri Fibra ha terminato la canzone con una frase che non compare nel testo ufficiale. Ha detto: “Ragazzi, non fidatevi mai di nessuno. Di nessuno”. Io non condivido questa frase. Io dei miei amici mi fido e anche Fabri Fibra, se ha amici veri come ho io, dovrebbe farlo.

Altrimenti, inevitabilmente, si perderà e la vita sarà solo una grossa fregatura.

Magari ricco, ma fregato.

La domanda del bambino con gli occhiali

Qualche mese fa lo scrittore fu invitato a parlare ai ragazzi ad una scuola media vicino a Brescia. Lo schema era il solito, all’inizio timore e diffidenza da parte dei ragazzi e apprensione da parte dello scrittore di non essere all’altezza delle loro aspettative, come se fosse un esame. La fase successiva alla breve introduzione era quella più bella perché i ragazzi, ormai sciolti in quanto avevano capito chi e come è lo scrittore,  non avevano più timore di lui e lo bombardavano di domande.

E le domande erano come sempre belle e interessanti e lo scrittore si chiedeva perché i bambini delle medie fanno domande sempre più interessanti dei ragazzi delle superiori che fanno domande più interessanti degli adulti. Anche perché gli adulti non fanno quasi mai domande.

Poi un bambino con gli occhiali, affetto da miopia degli occhi ma non del cuore, pone una domanda allo scrittore: “Ma lei, quando scrive, guarda la luna?”.
Lo scrittore, colto di sorpresa, finge di avere improvvisamente sete per prendere tempo e pensare una risposta, così si attacca alla bottiglietta dell’acqua.

Poi capisce che quella domanda in realtà è una risposta.

Quando scrive guarda la luna, cioè fuori da sé stesso, perché se guardasse solo dentro sé stesso non avrebbe granché da scrivere. Lo scrittore risponde così al bambino che pare soddisfatto e non sa che è stato lui a dargli la risposta.

O forse invece lo sa.

Per fare tutto ci vuole un fiore

Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni“.

La frase non è mia, ma di Stephen King (Stand by me), lo dico perché non vorrei che si offendesse e tirasse fuori da un suo libro qualche mostro scatenandomelo contro.

Ognuno di noi lo potrebbe dire, non è vero? Allora mi sono messo a cercare quali sono le differenze tra un bambino e un adulto, per capire cosa mi ha fatto diventare così. Sono un po’ limitato e non ne ho trovate molte, te le scrivo.

Cosa distingue un bambino da un adulto:

  • Ciò che per un adulto è un problema per un bambino è occasione di gioco.
  • I bambini riconoscono se una cosa è bella o brutta, non ci vuole qualcuno che glielo spieghi.
  • Un bambino chiede ad un adulto: “Perchè hai fatto in quel modo?”, non ci pensa neanche che quanto gli ha visto fare non abbia senso.
  • Per un bambino il gioco è più importante dei rappresentanti dell’altro sesso, per gli adulti i rappresentanti dell’altro sesso sono un gioco.
  • Per un bambino, per fare tutto ci vuole un fiore.

E secondo te, cosa distingue un adulto da un bambino?

Davide Fischer e Golia Spassky

fischer spasskyLo so che può sembrare strano, ma nell’agosto del 1972 la notizia più importante nei telegiornali e sulle spiagge era il campionato mondiale di scacchi Fischer Spassky. Forse perché uno era americano e l’altro russo, anzi sovietico, forse perché era agosto e non c’erano altre notizie, ma ricordo che ne parlavano tutti.

Naturalmente tifavamo tutti per Fischer, ma le cose andavano male. Le prime due partite furono perse dall’americano. Tutti pensavano che Spassky avrebbe vinto.
Poi iniziò la rimonta e per il russo non ci fu niente da fare.

Il match era anche, forse soprattutto, una questione politica e il regime aveva fornito a Spassky un team di scacchisti e psicologi che lo affiancava e lo sosteneva, mentre Fischer si allenava con un suo amico prete. Spassky era tranquillo, sereno, signorile, mentre Fischer era capriccioso, rompiscatole e anche un po’ avido. Io queste cose le seppi dopo, a quel tempo mi affascinò la rimonta di Fischer che era dato per spacciato.

Al mare sotto l’ombrellone mio padre, in quei giorni, leggeva un grosso libro che insegnava gli scacchi. Cominciò allora ad appassionarsi a quel gioco e quindi anch’io. Anche se avevo pochi anni mi insegnò e io imparai, non sono difficili gli scacchi, neanche per i bambini; è solo un luogo comune.
Soprattutto se ti rendi conto che tuo padre ha passione.

E a voi che passioni hanno trasmesso vostro padre e vostra madre? Forza scrivetemelo!

Classifica finale di Miss Scusa 2009

Dichiaro chiuse le votazioni per il concorso Miss Scusa 2009. Malgrado un clamoroso recupero della scusa n° 10, la scusa n° 3 ha tenuto ed è riuscita a trionfare.

Classifica finale:

1. Scusa n° 3 Io non leggo libri, solo romanzi VOTI 6

2. Scusa n° 10 “Si sposa mia figlia.” “Ma lei non è prete?!” VOTI 4

3. A parimerito scuse 7 “Mi spiace non so leggere” e 9 “Grazie, sto cercando di smettere” VOTI 3

Ora vi chiedo: secondo voi la scusa vincitrice è vera o me la sono inventata?

Il Piccolo Principe e i morti dell’Abruzzo

I miei libri

il piccolo principeIeri ho parlato del romanzo che amo di più in assoluto: Il Piccolo Principe. Ero alla mia scuola, invitato da alcuni miei colleghi che insegnano lettere. C’erano moltissimi ragazzi e qualche adulto. Non vi sto a raccontare l’incontro, ci vorrebbe troppo, ma posso dirvi che non sono bravo a preparare gli incontri, neanche quando parlo di me, figuriamoci quando parlo di un altro. Però sono stato fortunato, perché su un giornale avevo trovato la notizia che il più grande violinista del mondo, per un giorno, si è messo a suonare nella metropolitana di New York un pezzo difficilissimo con un violino da qualche milione di euro.

Non l’ha considerato nessuno. Nessuno tranne i bambini e in particolare uno di tre anni che non voleva staccarsi da quell’uomo e dalla sua musica anche se la mamma lo tirava e doveva andare. E piangeva e non voleva andarsene.

I miei libri

‘L’essenziale è invisibile agli occhi’ dice De Saint Exupéry nel romanzo e quel bambino, tutti i bambini, e anche gli adulti col cuore di bambini lo sanno. L’essenziale era quella splendida musica suonata così bene, non lo sfigato che suonava in metro, che poi sfigato non era.

Ho concluso dicendo che il Piccolo Principe rappresenta sì anche l’autore da bambino, ma non può essere solo questo. Perché altrimenti il romanzo finirebbe malissimo. Dico, un bambino che si fa mordere da un serpente e muore! Peggio di così…

Io penso che non sia una morte come fine di tutto, perché se tutto finisse veramente così sarebbe proprio un bel casino. Il Piccolo Principe è un libro pieno di speranza e non solo un bel ‘Com’eravamo ganzi da bambini’ come spesso viene ridotto.

Sono giorni particolari questi, i morti giacciono ancora sotto le travi crollate. Ieri ci pensavo, mentre parlavo di quel bambino che muore ma non è vero che sparisce per sempre. È solo tornato da dove era venuto. E così, io credo, tutti i morti dell’Abruzzo.

Prima classifica di Miss Scusa 2009

Ecco i primi risultati delle votazioni del post ‘Dieci piccole scuse’.

1. Scusa 3 voti 5

2. Scusa 7 voti 3

3. Scuse 2,8,9 voti 2

4. Scuse 1,10 voti 1

5. Scuse 4,5,6 nessun voto

Come si vede la scusa 3 conduce di poco sulla 7, mentre le altre paiono distaccate. Però non è detta l’ultima parola, perciò… votate, che il referendum andrà avanti ancora qualche giorno.

Naturalmente chi ha già votato non può votare di nuovo (fate votare qualche parente o amico, non ho mai detto che sarà un concorso politically correct…) e vediamo quale scusa vincerà.

Avanti!

Dieci piccole scuse

Nel post “Libertà è partecipazione” ci siamo scatenati alla ricerca di scuse che la gente dice pur di non comprare un libro.

Le dieci che vi elenco sotto sono le migliori, alcune vere e alcune false. Votate quale è per voi la più bella e la eleggeremo “Miss scusa del secolo”. Poi vi dirò se è stata detta veramente o uno di noi se l’è inventata.

Per votare basta mettere il numero della scusa, ma se volete potete lasciare anche un commento.

Votate, forza!

1. “Non mi interessano i libri”

2. “Passo dopo perché siccome ho il diabete devo andare al bar altrimenti svengo”

3. “Io non leggo libri, solo romanzi”

4. “Lo vorrei comprare ma l’unico giorno libero sono impegnato in una regata in solitario da Viareggio a Chioggia”

5. “Bello il tu’ libro… Mandamene una copia che ci fo la recensione…”

6. “Glielo comprerei, ma ho appena pagato il riscatto per il rapimento di mio figlio”

7. “Mi spiace, non so leggere”

8. “Mi piacevano i libri ma continuavo a tagliarmi con i fogli delle pagine e così ho deciso di non leggere più. I suoi libri hanno i fogli con i bordi smussati? no? beh, allora non se ne fa nulla”

9. “Grazie, sto cercando di smettere”

10. “Si sposa mia figlia.” “Ma lei non è prete?!”

Perché Woody Allen è un genio

C’è un brano bellissimo di “Stardust Memories” di Woody Allen in cui lui alla propria commemorazione, sebbene morto (grandissima trovata), descrive davanti a un folto pubblico un momento di una sua giornata.

Andatevelo a rivedere è un film eccezionale, ma quel passo mi ha colpito perché dimostra il genio assoluto non solo comico e drammatico, ma anche ‘umano’ di Allen.

Stava in casa con la sua donna (Charlotte Rampling) e lei leggeva un libro davanti a lui.

La giornata è splendida, è una delle prime domeniche di primavera a New York e soffia una lieve brezza. La ragazza è stupenda e lui la ama da morire, la musica è struggente, tutto è armonia e Woody si sente così felice da affermare: “Quel momento di contatto mi commosse in modo così profondo!”.

Contatto con cosa? Con la bellezza che è lo splendore del vero.

Un passo in più, Woody: non vorresti che quel momento fosse per sempre?

L’importante è chi il sogno ce l’ha più grande

Sono stato alla presentazione di un romanzo di un giovane scrittore, a Sansepolcro. In Italia quando si dice “giovane scrittore” si intende come minimo una persona di 35-40 anni, tranne casi rarissimi (e spesso letterariamente inutili).

No amici, questo scrittore è giovane davvero; si chiama Alessandro Lastra, ha diciott’anni ed è al suo secondo libro. Il primo l’ha pubblicato da solo e il ricavato è andato in beneficenza.

Questo secondo romanzo si intitola “Damnae: Storia di un giovane che divenne re” edizioni Sef ed è un romanzo fantasy per ragazzi per il quale l’autore ha tratto ispirazione da Tolkien e Lewis.

Alla presentazione ho fatto la guest star spiegando che ero lì io perché Tolkien e Lewis non erano potuti intervenire. Hanno un impegno che li terrà occupati per un bel po’.

Essendo l’unico narratore vivo presente, egocentrico come tutti gli artisti, sono riuscito a parlare di Alessandro parlando solo di me (mi riesce particolarmente bene).

Ma una cosa è stata chiara dal mio confuso sproloquio: Alessandro Lastra ha ricevuto un dono e non deve disperderlo, sarebbe veramente peccato.

Come vendere cinque libri in libreria e guadagnare un sorriso

Librerie per tutte le tasche, clicca qui

L’altro giorno sono stato in una libreria molto bella a vendere e firmare le copie dei miei libri. È una cosa che faccio di sovente, tanto che l’ho inserita anche nel mio ultimo romanzo, Rossana, il sogno e il ragno Calatrava, perché spesso si creano delle situazioni divertenti. Però nei giorni infrasettimanali si vende poco perché ci sono poche persone anche se la libreria è molto grande e importante.

Così ho venduto cinque libri in due ore che, vi assicuro, non è un cattivo risultato.

I miei libri

Poi ho conosciuto la responsabile della libreria, una ragazza gentilissima, simpatica e professionale che mi ha spiegato che in alcuni locali adiacenti aprirà un parrucchiere. Purtroppo, per ragioni evidenti non mi riguarda, ma mi ha fatto piacere. Le librerie non devono essere luoghi sacrali di taglio cimiteriale, ma cose vive. E allora va bene il bar, lo scrittore che firma e sorride e anche il parrucchiere.

E poi ho venduto una delle cinque copie a una ragazza che ha ottenuto il diploma in ospedale senza aver potuto mai frequentare le superiori per gravi problemi di salute. Ora sta bene e vuol fare la psicologa o la fisioterapista.

Anche se avessi venduto solo quella copia, per quel sorriso e quella voglia di essere finalmente felice sarebbe valsa la pena stare lì…

…col mio amico Marco Bernini che mi pigliava in giro, come si vede dal video.

un pisano a livorno 1 from Marco Bernini on Vimeo.

Il bello è ovunque

illogica allegriaLa strada che faccio per andare a scuola è sempre la stessa. C’è l’Aurelia con le prostitute c’è la superstrada con la macchina dell’autovelox ferma nella piazzola, sempre la solita, ormai lo sanno anche i gabbiani. E c’è il solito gatto schiacciato, tutti i giorni diverso. E poi ci sono le Apuane. La neve ormai è quasi sciolta, ma d’inverno sono tutte bianche e quando le vedi capisci perché si chiamano alpi. Perché sono alpi vere e pericolose e insidiose come solo le alpi sono. E quando le vedo dopo le prostitute e l’autovelox e il gatto schiacciato sono contento.

Al ritorno guardo il film alla rovescia – apuane, gatto schiacciato, autovelox, prostitute – ma non sono meno felice. Il bello è ovunque. L’occhio dell’autovelox è dello stesso blu oltremare dell’Arno in certe sere d’estate, la prostituta ha gli occhi neri come la terra da cui proviene e perfino il gatto schiacciato ha una morbida coda bianchissima.

Il bello è ovunque, e mi afferra una illogica allegria.

Gli sguardi di Fabriano

itis Merloni

 Ieri ho fatto un incontro con i ragazzi dell’ ITIS Merloni (quello delle cucine, proprio lui) a Fabriano e grazie a loro ho visto alcune cose che non avevo mai visto.

Chi scrive sa una cosa: la maggior parte di quello che si trova nelle proprie opere te lo fanno notare i tuoi lettori. Che il lettore sia il supercritico del tal quotidiano o un ragazzo di quindici anni non è importante.

Un esempio? Si parlava di un pezzo del mio primo romanzo “Il caso Cicciapetarda” e abbiamo convenuto che il moralista che vede un uomo nudo che balla benissimo vede solo un uomo nudo e non come è bravo a ballare. Vede un particolare insignificante, non l’essenziale, perciò si scandalizza.

E che l’arte è l’espressione dell’umanità delle persone senza serie A e serie B. L’hip hop non è meno arte di Puccini, anche se sono due cose diverse.

Abbiamo infine convenuto che somiglio a Spalletti, ma questo lo sapevamo già, sia io che lui.

Grazie ragazzi di Fabriano.

How high the Moon

Tra le pieghe di questo neonato Blog è successa una cosa bella e bizzarra.

Nel post “Libertà è partecipazione“, scrivevo alcune scuse che la gente mi ha detto (sono diabetico e se non vado al bar svengo…) pur di non comprarmi il libro. Chiedevo anche di inventare altre scuse ed eventuali controrisposte dello scrittore.

Un mio amico, che è scrittore, mi ha inviato l’inizio di un racconto con un dialogo tra lo scrittore e il cliente in perfetto toscano. Alla fine dell’inizio c’era la frase: “Ora continua tu”.
Ne è nato un racconto che io e il mio amico scrittore vi regaliamo. Lo trovate in alto in questa pagina. Cliccate su “Il pisano, il pusher e il fiorentino”, è il titolo del racconto.

Il mio amico è stato l’imprevisto, qualcosa che cambia le carte in tavola e scompagina tutto e tutto cambia.
Il mio amico, da scrittore qual è, non ha solo reagito alla mia provocazione, ma è andato oltre, e mi ha portato dove non avrei mai pensato.

Vorrei essere anch’io così, in tutto, nella scrittura, nel lavoro, nell’amicizia, nella vita.
Vorrei essere anch’io come il mio amico Luca Doninelli (a parte la barba).

Finale con Smarties e Grisbì

Ultima puntata

Per tre giorni la fiera va avanti così finché, la domenica sera, viene il momento di smontare. Allora lo scrittore si allontana con una scusa chiaramente inventata, tipo “È passato prima Vincenzo Mollica che mi voleva intervistare per il Tiggìuno, lo vado a cercare…” per evitare di caricare le scatole di libri sulla Multipla. Quando torna la Multipla è pronta per partire.

Il viaggio di ritorno si svolge come quello di andata, solo che ora è buio. Massimo vuole fermarsi a mangiare allo Spizzico mentre Fabrizio da Chef Express. Non essendo d’accordo oltrepassano uno Spizzico e uno Chef Express dopo l’altro finché, alle due di notte, si fermano all’ultimo autogrill della A1, appena devastato dagli Ultrà di una squadra di serie B, e comprano Smarties e Grisbì al cacao che divorano in meno di trenta secondi.

E Frank? All’inizio di queste quattro puntate avevo citato anche lui. Ebbene, Frank fa le stesse cose di Massimo solo che, invece della Multipla, ha il Kangoo della suocera.

Con questo racconto semiserio e quasivero a puntate ho voluto spiegarvi, amici, che queste persone si impegnano davvero e hanno una passione enorme per il lavoro che fanno e perciò si meritano la cosa che canta l’immensa Aretha nel video con cui vi saluto.

La Fiera nel castello

Terza puntata.

Il luogo dove si svolge la Fiera del libro di solito è molto antico. È un castello o una villa del ‘700. Massimo parcheggia la Multipla nel piazzale davanti all’ingresso dell’antica magione e inizia a scaricare le scatole di libri, la struttura clandestina e tutto il resto. Lo scrittore no, lui esce da solo. I due trovano il luogo dove è stato montato il banco per i libri assegnato dall’organizzazione. Il luogo varia a seconda del grado di anzianità della partecipazione a quella fiera. Mi spiego: se è molto tempo che la Casa Editrice partecipa alla manifestazione il banco sarà posto in un punto strategico da cui passano tutti i visitatori. Inoltre essi non saranno appena entrati né staranno per uscire. I visitatori appena entrati vogliono vedere tutto il resto prima di comprare da te: e non comprano. Quelli che stanno uscendo sono ormai ridotti a zombie senz’anima che anelano soltanto a tornare alla macchina: e non comprano. Se invece è la prima volta che la casa editrice partecipa alla fiera, ti capita una fantastica location a un metro dalle porte d’entrata, porte spalancate che lasciano che la tramontana spazzi il tuo banchetto e il tuo viso. Senza contare che sei proprio in mezzo alla mostra di corazze medievali. È qui che Massimo e lo scrittore sono stati piazzati dai biechi organizzatori. Massimo osserva la disposizione del banco e comincia a sistemare i libri secondo un metodo preciso. Poi studia le luci ed estrae dalla borsa una lampada alogena che piazza a illuminare la struttura clandestina carica di libri. Intanto ha collocato in un angolo lo scrittore pelato con una cinquantina di copie delle sue opere e lui le propone ai primi visitatori che lo osservano curiosi, inciampando tra le armature luccicanti. Lo scrittore è bravo a vendere e, a fine giornata, ha venduto molti libri.

Si racconta che fu visto vendere una copia del suo romanzo perfino a un’armatura vuota, come Il Cavaliere Inesistente di Calvino… (continua)

Il metano lontano

Seconda puntata

Il metano in natura si trova sotto la crosta terrestre un po’ ovunque. Sopra la crosta terrestre anche, fuorché vicino alle autostrade. Quando la lancetta del gas nel serbatoio passa di mezzo millimetro dalla parte sinistra dell’indicatore scatta un allarme e Massimo si scatena alla ricerca della mitica M che segnala il distributore di metano. Massimo, la notte prima di partire, ha cercato su internet la mappa di tutti i distributori di metano in Europa occidentale, Irlanda e Inghilterra comprese e l’ha stampata su un foglio in formato A0, quello usato dai geometri per i progetti. Dovendo guidare, Massimo chiede allo scrittore pelato di tracciare la rotta per il distributore più vicino. Lo scrittore è soggetto al mal di macchina fin da quando era bambino e, siccome è ancora bambino, risponde che non vuole sentirsi male e perché Massimo non si compra un tomtom e poi c’è sempre mezzo serbatoio… Massimo allora, sempre guidando, tenta di leggere la mappa; al che lo scrittore si chiude in un silenzio di puro terrore. Vanno avanti così per molti chilometri finché giungono all’agognato distributore. La stazione di rifornimento, non si sa perché, è sempre accanto a un campo nomadi. Dopo aver riempito di gas il serbatoio oltre il limite di sicurezza, Massimo chiede all’uomo del gas se può riempire anche una bottiglia per le emergenze e l’uomo del gas lo guarda, incerto su quale forza di polizia chiamare. Pagato l’uomo, la Multipla torna in autostrada seguendo una via completamente diversa da quella dell’andata e rientra circa trenta chilometri più indietro di dove ne era uscita. Il viaggio riprende alla volta della fiera del libro…

Chi sono Massimo e Frank?

Prima puntata

Tolgo subito ogni suspence: Massimo e Frank sono i miei editori. Allora ti immagini due persone che escono dalla loro Porsche, entrano in Casa Editrice, vanno alle loro scrivanie e cominciano a dare ordini per telefono fumando il sigaro tra nugoli di assistenti.
Nonono cari dieci lettori, non funziona così nella piccola editoria. Io l’ho visto. Prendiamo ad esempio le fiere del libro. Massimo parte per la fiera con la sua Multipla a metano carica di:
• scatole di libri
• struttura clandestina per aumentare lo spazio espositivo
• scrittore pelato che regge con la mano la struttura e le scatole in caso di frenata.
Massimo, alle sei del mattino, ha sistemato nella Multipla i libri e lo scrittore ed è partito verso il luogo della fiera. Egli sa già che sopporterà per tutto il viaggio le lamentele dello scrittore su come guida troppo veloce, come  ha dormito poco perché s’è dovuto alzare presto e su perché il Corriere della Sera non ha pubblicato mezza pagina di recensione del suo ultimo splendido romanzo. Senza contare i suoi problemi personali.
A questo punto il cervello di Massimo si divide a metà: l’emisfero sinistro risponde allo scrittore, mentre quello destro pensa a come organizzare al meglio il banco libri e se ci si farà a raggiungere almeno il pareggio costi-ricavi. In realtà non è vero che il cervello si divide proprio a metà. Diciamo che il 2% risponde allo scrittore e il 98% pensa a come andrà la fiera. Data l’esigua percentuale riservata allo scrittore le risposte sono basiche, non molto articolate, del tipo:
“Eh già”, “Hai ragione”, “E’ la vita” e così via.
Ad un certo punto però, spariscono anche le esigue risposte, perché tutte le sinapsi di Massimo si concentrano su un obiettivo prioritario imprescindibile.
E’ così che comincia l’incredibile avventura alla ricerca del distributore di metano…

 

Che cosa devo fare per farmi amare da te?

Non preoccuparti del titolo non sarò melenso e non intendo parlare dell’amore uomo-donna. E’ un altro tipo di ‘amore’ quello di cui ti parlo. L’amore che non c’è da parte di certi librai e grossisti per chi non è un autore già famoso e pubblicato da una grande casa editrice. Mi arrivano mail di persone che mi chiedono perché certe librerie non sanno neppure che i miei libri esistono. Oppure ordinano il mio libro e il libraio (e il grossista) non glielo fanno avere finché il mio editore non telefona incazzato. E sapete perché? Perché non hanno voglia (certi librai e certi grossisti) di rompersi le scatole per una o due copie quando altri autori ne garantiscono dieci o quindici per ogni ordinazione. Per fortuna librai e grossisti non sono tutti così, ma i libri dell’editoria indipendente semplicemente non arrivano in libreria. Non ci arrivano. E allora? Allora viva le fiere dell’editoria indipendente dove chi si impegna e merita realmente ottiene risultati impensabili e non solo di vendite, ma anche in termini di fecondità di rapporti e amicizia. Segnalatemi le fiere del libro che vi piacciono di più e per quali motivi, così faremo loro anche un po’ di pubblicità. Intanto Elton John e Blue qui sotto si chiederanno quello che chiedo io a queste persone: “What have I got to do to make you love me?”


Il mio Blog inizia oggi

Fabrizio AltieriFinalmente il mio Blog! In questo luogo, perché il blog è un luogo fisico e non immateriale, proverò a raccontare la mia esperienza di scrittore, sempre più interessante e coinvolgente. Ma non solo, comunicherò in tempo reale le mie trasformazioni di “Man under construction” che riguarderanno tutta la mia vita, tutto, tranne i capelli… Ci sarà da divertirsi, spero e sarà un modo in più per rimanere in contatto con voi, amici. Ma vi prego, inviatemi post, non lasciate il vostro scrittore preferito a parlare da solo perché altrimenti si sentirà un bischero. I vostri commenti possono riferirsi a quanto sono bravo, bello e intelligente. Altri argomenti sono ammessi, basta che tendano a compiacermi e a parlar bene di me. Ora sono stanco e, come tutti gli intellettuali seri, vado a meditare. Appena mi sveglierò comincerò a pensare al prossimo post. Intanto fatemi vedere che ci siete e godetevi il video che ho inserito sotto, c’è una sorpresa per voi “Pecché nun puo’ sbaglia’, sta voce è a mia…”