Il falco di via Spartaco Carlini

Il falco di via Spartaco CarliniNon s’era mai visto un falco in via Spartaco Carlini. Rondini, passerotti usignoli, quelli sì. Perfino i gabbiani con le loro urla da bambini piccoli che fanno effetto, ma un falco no, mai.
L’ho visto dalla finestra chiusa planare sugli scivoli dei giardinetti vuoti, sulle altalene ferme, sulle panchine umide.
Volava in cerchio e si fermava sui rami con le foglie appena nate, quelli più alti, per controllare meglio la situazione. Si doveva chiedere dove sono finiti tutti, come mai quella calma. Gli uomini dove sono?
Mi ha visto, i falchi vedono tutto, con l’occhio destro, attraverso il vetro sporco e la zanzariera col foro che la rende inutile. Mi fissa un bel po’, sa che non sono un pericolo, ma mi studia lo stesso. Senza quel vuoto di uomini mai si sarebbe azzardato a venire fin qui.
Passa una donna con la borsa della spesa e il cane, meglio due scuse che una, non si sa mai in questi giorni. Il falco ora fissa lei, con l’occhio sinistro. La donna non lo vede cammina veloce, la borsa batte sulla gamba il cane vorrebbe allargarsi verso qualcosa che ha un odore irresistibile a cui la donna è cieca.
Incontro alla donna va un ragazzo che fissa il cellulare e la vede solo quando il cane fa un flebile abbaio. Devia per starle distante quello che bisogna stare distanti. Gli sguardi non si incrociano. Gli sguardi non si incrociano in questi giorni, come se anche con essi potessimo trasmetterci il male.
Il falco no, incrocia lo sguardo ancora con me, come una domanda.
Lo saluto con la mano come fanno gli uomini e lui sembra aver capito.
Da allora torna tutti i giorni e lo farà, lo so, finché gli uomini torneranno e le altalene fioriranno di bambini. Poi non lo vedremo più.
E la sua assenza sarà il segno che tutto è andato bene.
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Abbaiare (non) stanca

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D. Pennac 190 pp. Salani, coll. Istrici d’oro. Età di lettura dai 10 anni.

La bella storia di un’amicizia tra un cane che si chiama Il Cane Bastardo, perché questo è, e una bambina, Mela che lo sceglie in un canile.

Mentre gli umani pensano di dover essere loro a addestrare il Cane, sarà lui a educarli al rispetto e all’amore.

Abbaiare stanca D. Pennac 190 pp. Salani, coll. Istrici d’oro. Età di lettura dai 10 anni.

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I libri per bambini e l’ingiustizia

libri per bambiniA volte si pensa che sia facile scrivere libri per bambini ma non è così.  Ci riflettevo, qualche giorno fa, davanti a 140 ragazzini di quarta e quinta elementare durante la  splendida manifestazione letteraria Scrittorincittà, a Cuneo.

Occorre essere coerenti e razionali nella narrazione e se loro si accorgono che qualcosa non torna ti chiedono il perché. Te lo chiedono alla loro maniera, come per rimediare a una cosa ingiusta; perché un’incongruenza è assimilata a un’ingiustizia. Ed è vero.

Difficilmente le loro domande sono banali, specialmente quando hanno letto qualche mio libro spaziano dalle domande tecniche (perché sulla copertina c’è proprio quella scena?) a quelle sul comportamento e sulla psicologia dei personaggi (perché quel personaggio compie quel tipo di azioni?).

I miei libri

Per questo quando vado nelle scuole a incontrare i ragazzini sto molto attento alle loro osservazioni e mi sembra di dover passare un esame.

L’esame va sempre bene e finisce che mi soffocano per avere la firma dello scrittore sul quaderno o su un foglio o anche un pezzetto di carta strappato dal foglio del quaderno di matematica, di solito il più martoriato.

In casi estremi si ricorre al braccio o alla maglia e allora immagino le lotte delle madri per lavarle e la resistenza dei figli, spaventati dalla possibilità di perdere il prezioso autografo. Dopo la firma mi domando sempre chi vincerà e anche se qualche madre mi chiederà i danni per le magliette rovinate. Forse alcune mamme mi odieranno per aver rovinato qualche maglia, ma cosa potevo fare? Lo scrittore deve rispondere al suo pubblico e se il pubblico vuole la firma sulla felpa lui deve firmare la felpa.

Qualcuno mi fa firmare addirittura sulla copia del libro che la mamma gli ha comprato (meno male!).

Se vuoi sapere di più sui libri per bambini che ho pubblicato nel Battello a Vapore, Feltrinelli ed Einaudi Ragazzi clicca qui.

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Chi me lo fa fare?

letture scuola primariaLetture scuola primaria

Scrivere e pubblicare non coincidono. Si può scrivere molto e pubblicare poco o addirittura non pubblicare. Allora ti chiedi chi te lo fa fare. Ma anche quando pubblichi a volte ti fai la stessa domanda. Chi me lo fa fare?

Mi ha scritto una maestra pugliese che ha fatto leggere ai suoi alunni ‘C’è un ufo in giardino!‘ (Battello a Vapore). A un certo punto c’è una scena in cui Mery, la ragazzina protagonista che soffre di una grave forma di allergia, deve mettersi una tuta per uscire ma si vergogna. Alllora i suoi amici Francesco e Antonio, per convincerla, si mettono loro una tuta come la sua e la fanno uscire con loro.

Un’alunna di questa maestra ha la leucemia e doveva venire a scuola con una mascherina. Col passare dei giorni un po’ alla volta tutti i suoi compagni di classe hanno cominciato a presentarsi a scuola con una mascherina come la sua.

Non c’è bisogno di fare bei discorsi sulla solidarietà e sull’amicizia, rimarrebbero lì e chi ascolta troverebbe più interessante ficcarsi un bell’indice in una narice in cerca di tesori nascosti.

Un gesto silenzioso e una mail dalla Puglia invece cambiano tutto: ecco chi me lo fa fare.

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Tanti tipi di silenzio

il silenzioC’è il silenzio del mattino e quello dopo la domanda “Chi vuol fare il segretario?” all’esame di Maturità. C’è il silenzio davanti alla tv e quando scegli il vino al supermercato e il silenzio quando guardi fuori dalla finestra e non c’è nessuno in strada. Il silenzio d’agosto con la luna piena e quando ti tappi le orecchie da bambino per non sentire i tuoni del temporale. E poi c’è il silenzio dopo il tuffo in mare, quando sei sott’acqua e quello del compito in classe. E il silenzio dopo un “Mi ami?” e calcoli il tempo della risposta. E ogni volta che un silenzio termina qualcosa cambia nella vita di ognuno.

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C’è un ufo in giardino!

C'è un ufo in giardino schedeC’è un ufo in giardino schede da scaricare. Il mio primo libro nella Serie Azzurra della collana ‘Il Battello a Vapore’si può trovare in tutte le librerie. Prezzo 8 €  compralo scontato cliccando il pulsante sotto.

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Ne sono venuti altri, ma questo è il primo e ne vado molto orgoglioso.   I disegni sono di Stefano Turconi e credo che meglio di così non potevano interpretare lo spirito del libro. Di seguito troverete una breve descrizione e il link se lo vorrete comprare online.

Di seguito troverai le schede didattiche progettate dagli esperti del Battello a Vapore per lavorare con i tuoi alunni sul libro. Le puoi scaricare liberamente.

Comprensione del testo con esercizi e domande

Scarica le schede

I bambini devono completare la storia con parole o pensieri dei personaggi del libro

Attività in classe

Scarica le schede

Prima di conoscere Mery, Francesco e Antonio non avrebbero mai immaginato che potesse esistere qualcuno allergico a ‘tutto’. Ed erano anche convinti che la strana cupola nascosta dalla vegetazione che hanno trovato fosse una navicella spaziale. Scopriranno invece che quello è l’unico posto dove la loro amica può vivere senza correre rischi e che l’amicizia e la solidarietà possono superare qualunque ostacolo. Per parlare col sorriso di amicizia, solidarietà e sentirsi diversi, dai 7 anni in su. Illustrazioni di Stefano Turconi Il Battello a Vapore  – 2014, 160 pagine, 8€

Sei una docente? Scarica gratis i materiali didattici su ‘C’è un ufo in giardino!’ da utilizzare nella tua classe.

Progetto lettura

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I miei libri

 

Recensioni di ‘C’è un ufo in giardino!’

 

La Nazione
Recensione su La Nazione
il tirreno
Recensione su Il Tirreno

C’è un ufo in giardino schede

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Leggerissimi

Sle Piagge Pisaono appena scesi dalla macchina, due anziani, marito e moglie, vestiti un po’ troppo eleganti per stare tra gli alberi in riva all’Arno, ma forse mi sbaglio, anche gli alberi sono vestiti bene, è primavera. Lui le prende la borsa per permetterle di accomodarsi il giacchetto bianco, tiene la borsa come può tenerla un uomo, imbarazzato come se avesse tra le mani un animale pronto a scivolare via. Poi gliela porge e anche il braccio, aspettano che passi il runner sudato e si avviano per il viale, leggerissimi.

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La voce dell’Arno

piena dell'ArnoVederti lì, a pochi centimetri, che cerchi di salire gli scalini dei tuoi argini è strano. Ma soprattutto non avevo mai sentito la tua voce cantare, mentre scivoli tra i piloni dei ponti e li accarezzi. I ramoscelli si sono organizzati in gruppi idrodinamici, sembrano prue di navi a due dimensioni e limitano i danni abbandonandosi alla tua corrente. Il cormorano si tuffa, sta sotto due minuti e poi risale senza pesci: sotto non si vede un tubo, meglio il mare e se ne va. La gente ti guarda dai ponti come se non ti avesse mai visto ed è proprio così. Non ti hanno mai visto e quando tornerai dieci metri più in basso non ti vedranno più, fino a quando ti sveglierai di nuovo e si accorgeranno che ci sei per via delle scuole chiuse ai loro figli.

La piena dell’Arno.

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La certezza di Hadfield

hadfieldNel video che ho incollato sotto il comandante  Hadfield canta la canzone di Bowie esattamente dove Bowie l’aveva ambientata, nello spazio.

Bowie l’aveva già vissuta quell’esperienza, anche se non c’era mai stato nello spazio.

Con quanta verità ha cantato quella canzone il comandante Hadfield, in mezzo al nulla tra la terra e le stelle! La stessa con cui la cantava Bowie in uno studio di registrazione poco illuminato o a casa sua quando l’ha scritta.

Le stelle sembrano veramente differenti da qui, e Hadfield lo può dire con certezza perché lo constata mentre lo dice. Ciò che vede è ciò che vedeva Bowie quando chiudeva gli occhi immaginando cosa osservava il protagonista della canzone.

L’artista è quello che quando chiude gli occhi fa esperienza di ciò che noi vediamo quando li teniamo aperti.

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La grande tristezza

la grande bellezzaQuesta non è una recensione del film ‘La grande bellezza’. La prima cosa che mi sono chiesto è il motivo per cui Gep Gambardella ha scritto un solo libro dal successo clamoroso e poi ha smesso una volta arrivato a Roma. Non è colpa dell’impigrimento dovuto al successo o alla bella vita, come finge di credere lui stesso. La risposta mi è arrivata nella scena del funerale, quando, dopo che Gep aveva detto alla Ferilli che ai funerali è immorale piangere perché “si toglie la scena” ai parenti e aveva spiegato come si recita ai funerali e aveva seguito alla lettera il suo copione, accade un imprevisto: il prete chiama gli amici del morto a trasportare in spalla la bara e nessuno si fa avanti. Dopo qualche esitazione Gep con altri tre prende in spalla la bara, ma cede e si mette a piangere. In quel momento Gambardella è nudo: dopo chissà quanto tempo è davvero se stesso, non recita. Quando si scrive si deve essere veri, non si può mentire e lui aveva smesso di essere vero appena arrivato a Roma, per questo non poteva più scrivere. La tristezza di Gambardella deriva dall’avere intorno tutta quella bellezza e non sapere perché e non potersene appropriare. Dalla coscienza che tutta quella bellezza rimarrà anche dopo che lui se ne sarà andato e non la potrà mai più rivedere. E’ convinto che con la sua morte il gioco finirà e allora tanto vale disperdersi e recitare e non vale la pena scrivere più. Per questo di fronte alla morte non riesce a trattenere le lacrime: non piange per la pietà verso il morto, piange per se stesso, per la sua disperazione. Viene fuori in quella scena la sua umanità vera. Perché di fronte all’arte e alla morte l’unico atteggiamento umano è un atteggiamento di verità. Altrimenti si recita disperati, malgrado la grande bellezza che ci circonda.

La grande bellezza.

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Tutto è possibile

Le maestre gli avevano detto che gli scrittori di favole abitano sulle nuvole, per questo sono molto distratti. Allora mi hanno chiesto qual era la nuvola su cui abitavo e io gliel’ho fatta vedere dalla finestra, una nuvola grande e grigia. Non erano stupiti, apparentemente, ma lo stupore è condizione normale dei bambini, quindi non si vede come negli adulti. Non ci sono occhi spalancati bocche aperte ‘ooooh’ come in noi. La realtà è stupenda lo stupore è normalità.

E perciò non puoi pensare che un cosino di quattro anni non si avvicinerà e non ti chiederà come se fosse la cosa più logica: ‘Mi porti con te sulla tua nuvola?’

In quel momento hai la certezza che tutto è possibile e che ce lo puoi portare veramente. Ma è solo un lampo, poi torni adulto e non è più così.

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L’umorismo in letteratura




umorismo in letteraturaVorrei parlarvi seriamente(?) di umorismo in letteratura. A volte la letteratura umoristica viene considerata un genere minore, una specie di consolazione al trambusto della vita e ai suoi inciampi. Spesso, soprattutto in questi tempi non facili, quando si presenta un libro umoristico si sente commentare che ce n’è bisogno in questo momento, come se in altri momenti la letteratura umoristica non fosse necessaria.

Invece no. L’umorismo, e sua madre l’ironia, non sono suppellettili create da qualcuno per mostrarle in salotto come una ceramica antica, o un bell’accessorio per addolcire l’amarezza inevitabile della quotidianità. L’umorismo, e sua madre, sono un modo di guardare la realtà.

Perché la realtà si guarda con gli occhi, si ascolta con le orecchie, si tocca con le dita, ma si conosce col Cuore. Quando un bambino nasce, praticamente è cieco, sordo e muto. Eppure conosce la realtà, cioè che sua madre gli vuole bene.

I miei libri

Ci sono cose che corrispondono immediatamente al nostro Cuore, come il bene della madre appena si nasce, e l’umorismo è una di quelle. Non si tratta della risata per dimenticare il tran tran che quasi mai corrisponde ai nostri desideri, ma del riso o del sorriso che nasce quando ciò che leggiamo ci corrisponde, sembra fatto apposta per me che leggo. L’umorismo muove alla gioia quando mi riguarda direttamente e mi fa capire che tutto può essere positivo, specialmente la sventura. Se ci fate caso si ride di più quando ai protagonisti della storia accadono fatti disgraziati. Ma non si tratta di cinismo di chi legge. È che guardando la realtà con la lente dell’umorismo, anche gli eventi dolorosi appaiono per quello che sono: delle prove che giungono per far crescere chi le affronta, per fargli conoscere la realtà, quella vera, cioè che tutto è positivo. Altrimenti che sfiga ragazzi!

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Pisa, 31 agosto 1943

bombardamento pisaFra poche ore, il 31 agosto 1943, bombarderanno la mia città e ci saranno più di mille morti. Gli operai della Saint Gobain, della Piaggio, i ferrovieri, i postelegrafonici, i morti annegati, sì annegati, nel rifugio sotto la stazione. Vollero bombardare perfino i morti, quelli del cimitero monumentale, ma dicono sia stato un errore. I bambini, i vecchi, quel ragazzino amico di mio padre da bambino. Mio padre che per tutta la vita tornò a salutare la casa col giardino dove avevano giocato insieme ed era morto. Vi vorrei baciare uno ad uno.

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Se vuoi scrivere devi essere Kayser Söze

Nei corsi di scrittura creativa (che peraltro non ho mai frequentato, ma questo non è certo un giudizio) alla prima lezione dovrebbe essere obbligatorio proiettare ai corsisti il film “I soliti sospetti“.

Nella scena finale Kevin Spacey si rivela per quel che è, ovvero Kayser Söze, ma per il poliziotto è troppo tardi, ormai se l’è fatto scappare.

Il poliziotto se ne accorge perché guardando nel suo ufficio ritrova tutti i nomi, i fatti e le circostanze che per tutto il film Kevin Spacey gli ha raccontato. Spacey aveva inventato tutta la storia complicata partendo da quello che aveva intorno in quel piccolo ufficio del poliziotto.

E tutto era credibile, tanto che il poliziotto aveva creduto a quel mondo inventato e l’aveva liberato convinto che fosse solo una comparsa in quella storia di delitti e che i protagonisti fossero altri. Invece il protagonista era proprio lui.

Chi scrive deve fare esattamente come Kayser Söze: prendere spunto dalla realtà che ha intorno, dai propri ricordi e creare una storia credibile.

Caro lettore, il poliziotto sei tu e se riusciamo a farti credere alla storia abbiamo fatto un buon lavoro. Ah, ovviamente il protagonista, anche se non lo crederesti mai, è sempre lo scrittore.

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La malinconia

Niente dà più malinconia di una classe vuota di sera. Come fanno le donne che puliscono a non piangere?

E infatti piangono.

Però in classe sono sole, mentre piangono e puliscono. Ognuna pulisce un’aula. Poi, quando hanno finito, prima di uscire, si asciugano le guance ed escono come se niente fosse. Così nessuna si accorge che l’altra ha pianto di malinconia.

Fino alla sera dopo, quando ci sarà di nuovo da pulire e piangere.

E poi dicono che la malinconia non è un lavoro usurante.

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Un pettirosso non fa differenza: il film

Ecco il cortometraggio basato sulla mia sceneggiatura ‘Un pettirosso non fa differenza’ e premiato da Tuttodigitale

Realizzato e diretto da Andrea Olindo Bizzarri, mi sembra ben riuscito. Ritengo che  Andrea abbia saputo trasformare sapientemente in immagini l’ironia e il significato di ciò che avevo scritto.

Grazie

 

 

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Un pettirosso non fa differenza

La mia sceneggiatura per cortometraggio ‘Un pettirosso non fa differenza‘ è diventata film grazie al regista Andrea Olindo Bizzarri che ha vinto il primo premio del concorso indetto dalla rivista specializzata Tuttodigitale.

E’ una bella soddisfazione per uno che ha iniziato a scrivere sceneggiature a gennaio 2011.

Se cliccate l’immagine vedrete il trailer del corto che l’8 settembre uscirà ufficialmente e verrà diffuso in tutta Italia tramite il circuito della Federazione Italiana dei Cineclub.

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Le stelle, le lucciole e le gocciole

Di notte, ci sono tre tipi di stelle.

Le stelle propriamente dette, le lucciole e le gocciole d’acqua sulle foglie.

Le stelle propriamente dette per osservarle si guarda in alto e quando ci appaiono di notte, magari d’estate in montagna senza luci attorno, sono così belle viste tutte insieme che si dimentica di quanto dovrebbero spaventarci.

Le lucciole ci sono solo di maggio e sono stelle particolari perché si accendono e si spengono come un cuore che batte. Per osservarle si guarda in basso e il cielo stavolta è il terreno dove si muovono.

Le gocciole d’acqua sulle foglie non brillano se non le guardi in un certo modo. Se non le guardi in quel certo modo sembrano solo gocciole d’acqua sulle foglie, appunto. Ma quando stanno per cadere a terra e si sporgono dalla foglia, la luce delle stelle del cielo le illumina e le fa brillare.

Poi cadono a terra e bagnano le lucciole ed è così che i tre tipi di stelle diventano una cosa sola.

 

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Che abbiamo tutti da guardare il mare?

Quattro panchine cinque persone una per panchina tranne l’ultima. C’è una coppia, sull’ultima.

Che abbiamo tutti da guardare il mare?

È piatto, color bianco, tutto uguale.

Non c’è una nave o barca o balena. Non c’è il sole al tramonto, manca ancora troppo tempo, non c’è un faro, che uno dice “Guarda il faro, ora non serve più ma c’è ancora, ora ci sono i satelliti, ma il faro è ancora lì. Bello però, anche se non serve più”

Ma non c’è nessun faro. Non c’è uno scoglio che spezza quel bianco uniforme che potresti dire “Quello scoglio è un pericolo per le barche”. Non c’è nemmeno qualcuno che nuota, che potresti dire “Se annegasse lo salverei e diventerei un eroe e quella bionda dell’altra panchina mi ammirerebbe”.

E allora cosa abbiamo tutti da guardare come se ci aspettassimo qualcosa? La gente anche di fronte al mare più piatto e insignificante guarda con la massima attenzione perché si aspetta qualcosa da un momento all’altro, qualcosa che cambierà il mondo. Non ho altre spiegazioni, altrimenti non avrebbe senso guardare in quel modo il mare.

È la cosa più infinita che l’uomo può toccare, e solo qualcosa di infinito può cambiare il mondo.

 

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Le stelle splendono per te

Il  Corriere della Sera ha indetto un concorso per un racconto, chi vince verrà pubblicato col Corriere cartaceo nella collana ‘Corti di carta’.

Io ho scritto un racconto che si intitola come questo post. L’ho scritto pensando ai miei studenti e a una canzone dei Coldplay che amo molto, Yellow. Se volete leggerlo e votarlo sul sito del Corriere lo trovate a questo link.

La vittoria non dipende dai voti che riceverò perché chi decide sono solo i giornalisti del Corriere, però ci terrei a sapere se vi piace o no e che votiate secondo questo criterio e non ‘a simpatia’.

Fatemi sapere, grazie. La canzone è al link che vi incollo sotto.

http://www.youtube.com/watch?v=1MwjX4dG72s

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Gli orologi di Coltano

Mio padre nel ’46 vendeva orologi ai prigionieri di Coltano.

Il padre di un suo amico aveva un negozio di orologiaio e il figlio prendeva gli orologi dal negozio, non ho mai capito se di nascosto o no, e li dava a mio padre che li andava a vendere ai prigionieri nel campo. Mi sono sempre chiesto cosa se ne facessero di un orologio i prigionieri di Coltano. Certo avranno avuto altri problemi piuttosto che guardare l’ora. Mio padre mi diceva che glieli passava attraverso le reti del campo e loro lo pagavano in amlire. Mio padre non era ancora maggiorenne e quello era un buon metodo per arginare la fame che c’era in quel tempo.

Il tempo non passa mai quando sei prigioniero, l’unica cosa che dava speranza a quegli uomini era l’orologio che segnava lo scorrere dei minuti e dimostrava che in quella fissità di giorni tutti uguali il tempo passava lo stesso e un giorno quelle reti sarebbero cadute e la libertà sarebbe tornata anche per loro.

Mio padre nel ’46 vendeva orologi ai prigionieri di Coltano…

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Il primo bacio del libeccio

la prima libecciataSono fiero del mio giubbotto blu scuro di jeans col colletto rialzato e dei miei quattro anni. Non so se sono tanti o pochi perché non so contare, però so farli con le dita, anche se fatico a nascondere il pollice dietro il palmo della mano.

Qualcosa mi spettina i capelli, mi entra dappertutto, si chiama vento mi dicono. Ma questo non è come tutti gli altri venti, si chiama libeccio, è quello più forte, mi dicono, più di tutti. E gli scogli di Marina, quelli li conosco, e gli scogli – dicevo – ora capisco perché sono lì, proprio lì. Le onde colpiscono la prima linea, ma non si fermano e riprendono forza e colpiscono dove siamo noi e gli spruzzi arrivano addosso a noi. Non ho mica paura sono con babbo e mamma, però sono felice che ci siano anche gli scogli con noi.

Le onde cambiano nome quando c’è il libeccio, mi dicono, si chiamano cavalloni perché scavalcano le barriere degli uomini e arrivano alle case come i cavalli che saltano un ostacolo.

Mi dicono di passarmi la lingua sulle labbra e io lo faccio e sento quel sale, e mi dicono che è il bacio che dà il libeccio e che lascia quel sapore.
Non ho mai più sentito un bacio così.

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Zorro e l’amore

Zorro insegue Cappuccetto rosso nel prato. E’ alto ottanta centimetri, meno della sua spada, e Cappuccetto rosso è più piccola di lui, bionda. Si vede perché il cappuccetto si è abbassato nella corsa. I Giganti, a distanza, li sorvegliano. Zorro cade sull’erba e si rialza subito, appoggiandosi alla lama di plastica della spada che si piega ma lo sostiene. Ha perso la maschera o forse l’ha tolta apposta perché la tiene in mano. Cade anche Cappuccetto rosso e si rialza in un battibaleno. Si fermano sotto una statua in piedi uno accanto all’altra, seri, perplessi. Lei doveva solo portare una torta e lui risolvere le ingiustizie del mondo. Ma proprio tutte. Zorro si rimette la maschera, lei si rimette il cappuccio. Poi i Giganti li raggiungono, li fotografano e li portano via da parti opposte. Loro li seguono ubbidienti, voltati indietro a guardarsi per l’ultima volta.

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Il fosso miracoloso e capovolto

C’è un fosso di acqua torbida vicino a casa mia.

La vedo tutti i giorni quell’acqua e non è un bel vedere. E’ stagnante, verdastra spesso marrone per le piogge che smuovono il fango o inquinata da chissà quali scarichi.

Pesci non identificabili la attraversano verdastri come lei con le bocche spalancate per aspirare le particelle di cibo. Ma stamani all’alba ho visto per la prima volta l’acqua di quel fosso com’è davvero. Rifletteva il cielo, anzi, ‘era’ il cielo e la foto che ho messo è quel fosso lì. Quel fosso miracoloso e capovolto.

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Il mondo litiga

Questo è un mio racconto di Natale per bambini inedito. Scaricalo pure e buona lettura. Se vuoi sapere di più sui miei libri clicca il pulsante sotto, grazie!

I miei libri

racconto di Natale per bambini

Racconto di Natale per bambini

Il mondo litiga

B. pensò che non c’era niente di più adatto di quel treno per il suo riposo. Dopo tutti quei giorni di lavoro era in un bello scompartimento con un uomo, una donna dall’aria nervosa e un bambino con la faccia seria. Non era un granché per essere la vigilia di Natale, ma non gli importava. Tutto era riposante dopo tutti quei giorni di lavoro.
La madre, se era la madre, si rivolgeva al bambino con gesti veloci, come se volesse fare qualcosa per lui ma ci ripensasse sempre all’ultimo momento. L’uomo leggeva qualcosa sul cellulare tenendolo a una certa distanza come fa chi ha bisogno di un paio di occhiali da lettura. B. anche se stanco, fu incuriosito dal bambino. Aveva nelle mani l’ultima console elettronica – B. La conosceva bene – e non la guardava neanche. Qualunque bambino non avrebbe avuto altro pensiero che giocarci, ma quel bimbo fissava un punto sul sedile vuoto di fronte. La donna si accorse che B. guardava il bambino e gli si rivolse.
“È un po’ serio” disse con un mezzo sorriso, quasi a giustificarlo. B. annuì: che errore! La donna ora non avrebbe smesso di tormentarlo per tutto il viaggio. Infatti riprese.
“È molto… deluso”. B. annuì ancora.
“Gli abbiamo appena spiegato una cosa: vero Martino?”. Il bambino annuì in silenzio. Ma alla donna non bastò.
“Cosa hai saputo? Diglielo al signore”. Il bambino non aveva nessuna voglia di parlare, tantomeno con uno sconosciuto, però obbedì alla madre.
“Babbo natale non esiste”. La donna sembrò soddisfatta.
“Ormai era pronto per saperlo. Pronto” ripeté quella parola più per il bambino che per B.
B. si voltò verso il finestrino ma nel buio della campagna non si vedeva nulla, né in cielo né in terra, né lampioni né stelle. Per fortuna la donna non parlò più e si addormentò. L’uomo accanto a lei sembrava estraneo a tutti loro e anche al treno, come un’immagine trasmessa dallo schermo di una tv, apparteneva a un altro universo. Il bambino posò la console sul sedile e abbassò la testa. B. pensò che si fosse addormentato, invece vide una lacrima che cadeva dalla guancia. Si avvicinò al bambino facendo attenzione a non fargli capire che si era accorto che piangeva e si rivolse a lui:
“Ti dispiace per quella cosa che ti hanno detto?”. Il bambino scosse la testa.
“No. Piango perché il mondo litiga” e fece un gesto con la mano per indicare il mondo. “Avevo chiesto a Babbo Natale che il mondo smettesse di litigare e invece mi hanno dato quella” indicò la console.
B. tirò fuori da una tasca della giacca qualcosa e lo passò al bambino.
“Mettiglielo lì accanto” disse indicando la donna. Era un fiore bellissimo, una gerbera fucsia. La donna si svegliò e la prima cosa che vide fu il fiore. Sorrise – era il suo fiore preferito – lo annusò e si girò verso l’uomo. Lui distolse lo sguardo dal telefono e ritornò uomo di carne e non immagine soltanto. Lei lo baciò sulla guancia. Il bambino guardò B. ridendo.
“Tu sei…”
“Shhhhh, non dirglielo. Non sono ancora pronti per saperlo”.

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Per entrare nei cuori

Avevano disegnato la mia favola con le loro matite senza tralasciare nulla, come fanno i bambini.

I disegni erano attaccati su dei tabelloni troppo alti per loro.  Gli autori, per farmi vedere quali avevano fatto, saltavano e schiaffeggiavano il cartellone come i giocatori di pallavolo quando schiacciano. Gli piaceva il rumore del colpo sui fogli ‘CIAK!’ e come avevano reso belli quei fogli bianchi coi loro colori. C’ero anch’io col sombrero in testa perché il sole non mi facesse male visto che sono…

Juan Pablo è serissimo quando mi si avvicina: “Volevo complimentarmi con Lei, la Sua favola mi è molto piaciuta”. Da seduto sono molto più alto di lui.

“Perché Melerè è una bambina?”

Non me l’ero chiesto.

“Perché per entrare nei cuori degli uomini bisogna essere piccini”.

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